Mayor Von Frinzius ovvero il dito, la luna e la merda

In questi giorni la compagnia con cui ho la fortuna di collaborare da un anno e mezzo e la sua ultima opera teatrale, Agàpe – ti manca chi c’è, t’innamori di chi manca sono state al centro di una polemica rovente. L’accusa, non impedire a chi ne fa parte, soprattutto se ”non è normodotato” (sic) di dire o farsi dire, in scena, ”merda”, ”cazzo”, ”va’ in culo”; l’obiettivo, ”che le risorse per simili rappresentazioni provengano solo ed esclusivamente da privati”. Insomma, se questi ”non normodotati” vogliono esprimersi pubblicamente come più gli pare e piace, almeno che non li si incoraggi, non li si finanzi, non li si sostenga (non dico ”non li si paghi” perché non ci paga nessuno). Sembra medioevo, invece lo è. Livorno ha risposto con grande calore e sostegno, suscitando un dibattito partecipatissimo sui due quotidiani locali, che continua tutt’ora. Quella che segue è la mia testimonianza: che cosa è – chi è – Mayor Von Frinzius, e perché è bene che questa esperienza continui e cresca.

Gli ultimi sono tanti, talmente tanti che i primi diventano sempre di meno. È così, forse perché a furia di essere di meno si ammalano di solitudine, quando un dito indica la luna rischiano non solo di non guardare la luna ma di non vedere nemmeno il dito. Senza luna, però, senza dita, senza mani, piedi, voci, corpi che si fondono si abbracciano si rincorrono, il mondo diventa molto triste, molto buio. Cupo.
A dispetto di ogni tristezza, un giorno oramai lontano nel tempo (anzi una notte: e sì, c’era la luna, luna piena), incontrai per la prima volta la compagnia Mayor Von Frinzius e rimasi a bocca aperta dalla meraviglia. Nell’aria le parole di una canzone popolare – “tu che sei diverso, almeno tu nell’universo” – e sul palco, montato in strada di fronte a un teatro chiuso (il che allora mi sembrò quanto meno simbolico), persone di ogni età – donne, uomini e sessualità in transito, con la pelle di ogni colore, chi in grado di muoversi perfettamente e chi faticava a seguire un percorso lineare, chi in grado di parlare e chi invece non ci riusciva – insieme intrecciavano dialoghi, formavano cori, si muovevano all’unisono o in dissonanza e raccontavano una storia fatta di giorni, paure, vittorie, fango e splendore. Alla fine dello spettacolo (Crudo crudele: un titolo lancinante) chiesi di unirmi a loro. Mi risposero che il laboratorio era aperto a tutti, gratuito e senza limitazioni di alcun tipo, “a patto che, una volta iniziato, ci assicuri la tua presenza con continuità”. Lo trovai giusto – se vogliamo costruire rapporti di fiducia e di affidamento reciproco dobbiamo sapere su chi poter contare, e quando – ma allora frequentavo Livorno sporadicamente e non mi era possibile. Nel corso degli anni ho continuato ad andare a vedere ogni spettacolo della compagnia, e ognuno più di una volta. Non c’era verso: la meraviglia restava la stessa, anzi, aumentava. Ho visto crescere le singole persone e il gruppo. Ho visto recitare con tanto di microfono (credete sia facile?) chi un tempo stentava a esprimersi a parole, ho visto muoversi con disinvoltura, di più, con armonia, chi una volta a malapena riusciva a farlo; ho visto sbocciare nella danza corpi che fino a quel giorno avevano arrancato, ho visto tutte quelle persone diventare una sola per poi tornare a riabitare la propria individualità. Ho visto una libera società di uguali (di uguali perché diversi, tutte, tutti!) dispiegarsi di fronte ai miei occhi e senza vergogna ho pianto di gioia per le loro conquiste che erano anche le mie: perché condividevo con loro il sogno di abbattere le barriere che ci separano, innanzitutto da noi stessi e poi dall’altro. Quella che vedevo accadere, scena dopo scena, era, come canta Fossati, la costruzione di un amore.
Sono dovuti passare molti anni prima che il destino mi portasse in pianta (quasi) stabile a Livorno. E così, un pomeriggio, trovai il coraggio di farmi viva – che bella pratica, “farsi vivi” – e da allora quella società di uguali mi ha accolta. Non è stato facile – non è facile. Si tratta, a ogni incontro, di riconoscere i miei limiti e impegnarmi a superarli. Mi sono vista, e saputa, goffa e in là con gli anni; ho dovuto affrontare le mie paure – quella di ferire e quella di essere ferita – e mettere in gioco la mia capacità, e la mia incapacità, di costruire una rete di relazioni che non impedisce di cadere ma che, quando si cade (e si cade, si cade! In tutti i sensi) attutisce il colpo e lo trasforma in energia. Si tratta di chiamare per nome le cose, e i sentimenti, senza girarci troppo attorno: senza abbellimenti, decorazioni, trucchetti. Quando è rabbia è rabbia, quando è frustrazione è frustrazione, quando è disagio è disagio. Ma quando la costruzione della scena – la costruzione dell’amore – regge; quando incontri l’altro che incontra te; quando ci si sostiene, accarezza, accoglie; quando ci si guarda e ci si vede e ci si riconosce per quel che si è; quando ci si ammette, come aprendo una porta e lasciando che l’altro entri, e ci si invita a esserci e rimanere; quando insieme si crea una presenza che è reciproca e attenta, quando si ha cura, l’uno dell’altra e l’altro dell’una; quando si comprende finalmente che tutto questo non avviene per magia ma grazie al lavoro (un lavoro che è pazienza e impazienza, coniugate da una forte adesione a un nucleo centrale che supera ciascuno e diventa noi), un lavoro non ancora riconosciuto come tale e quindi non retribuito ma nel quale intanto guadagni quella cosa ineffabile che si chiama crescita (sì, si può crescere anche se si sono superati da un pezzo i cinquant’anni), allora non c’è sforzo, non c’è fatica, non c’è impegno che pesi davvero.
Gli ultimi sono tanti e a volte sono brutti, sporchi e cattivi. Ma non darei via i fiori che ho visto nascere dalla merda in cambio dei diamanti da cui, com’è noto, non nasce proprio niente. Sono anzi convinta che la poderosa, fragrante fertilità della Compagnia Mayor Von Frinzius andrebbe coltivata dalle istituzioni della città che ha avuto la fortuna di vedersela spuntare sul selciato. I deserti sono certamente luoghi immacolati, privi di rifiuti e cattivi odori, e tra le dune sorgono lune inaudite: ma non ci sono dita a indicarle, non ci sono corpi a goderne, non ci sono occhi a moltiplicarne la luce.
Di questa luce, che è arte e cultura, comunità e progetto, ringrazio Lamberto Giannini e tutte le registe, attrici, attori, tecniche e tecnici di Mayor Von Frinzius. La strada da fare è ancora tanta e finché potrò, un passo alla volta, continuerò a percorrerla.

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ADA L’IMPAVIDA – Sette / Due lettere albanesi

(Ringrazio Alfredo, figlio di Ada, per questi due documenti)

Tirana 19/3/1940 – XVIII
Miei cari parenti vi scrivo questa mia per farvi sapere che godo di ottima salute come spero di voi tutti. Essendo la settimana santa ci anno concesso piu liberta del solito e cosi hò pensato di scrivervi due righi tanto per farvi avere mie notizie e con mio grande piacere sò che le accogliete molto volentieri. Sapete che in occasione della Santa Pasqua abbiamo a disposizione parecchi cappellani militari per confessarci e poi comunicarci, anchio sono uno dei primi a riceverla, voi non crederete che io faccio questo perche quando ero a casa non la facevo mai, ma quà lontani da casa si sente il dovere di compiere questa bella azione stasera abbiamo ricevuto la confessione e domani ci si Comunica, voi direte perche di mercoldi e non di domenica, dovete sapere che siamo parecchie centinaia di soldati e farla tutti di domenica sarebbe impossibile allora anno pensato di farcela prima tanto è la stessa cosa. vi mando questa foglia di olivo benedizione del cielo albanese e la terrete per ricordo. Altro non mi resta che salutarvi e augurarvi una bella Pasqua. vostro aff.o
Eugenio

Montenero 4-11-1940
Mio carissimo fratello
Non puoi immaginare l’immenso piacere che ci ha fatto la tua lettera, dopo lunghissimi giorni che non si riceveva. non ti puoi immaginare come siamo stati male questi giorni senza avere tue notizie con tutto quello che si sapeva Ugenio tutte le sere ti raccomandavo a mamma che ti salvasse e ti dasse la forza di ostacolare tutto e con tutto questo cerca anco te di non dimenticarla perche essa veglierà per te. Ieri domenica mi chiamò la mamma di Nato e mi tranquillizai un poco dato che aveva scritto Nato dove diceva che tu e Ascanio gli avevi scritto una cartolina alla quale tu stavi bene.
Questa settimana è la festa dei morti io sono andata al cimitero da mamma ho pregato tanto per te, che tu possa tornare sano e salvo. Ugenio in quanto alla roba non l’ho ancora mandata via perche sono tutti rientrati all’ospedale, ma ancora se dovessero partire non te la manderei egualmente fino a che non sarete fermi. Ancora la sorella di Ascanio sta tanto in pensiero perche anche loro non ricevano da tanto tempo, in ogni modo stamattina lo chiamata e gli ho detto che vi siete trovati. Riguardo al sussidio ci a promesso il Bandinelli che ci pensava lui dato che e all’ufficio leva ti salutano il Bertolini la mamma di Nato e la sorella di Ascanio e più di tutti i nostri parenti e il casamento, ancora il fratello di Amanda non scrive e tutti si lamentano così ora termino con la speranza che presto tu mi scriva.
Saluti e baci babbo Dino e più tua sorella Ada
francobollo da 50

Il soldato (E)ugenio Santini viene ferito gravemente dopo pochi giorni da questa lettera, scritta da mia madre. Trasferito su una nave ospedale diretta in Italia morirà il 5 dicembre del 1940, a soli venti anni, in vista del porto di Ancona. La lettera viene ritrovata nel suo portafoglio, riconsegnato a mia madre insieme ad alcune foto che ritraggono un giovane sorridente. La salma ritornerà a Montenero (Livorno) grazie ai compaesani che provvederanno alle spese del trasporto funebre.
La tomba si può vedere ancora nel piccolo cimitero di Montenero.
Nota: ho intenzionalmente trascritto le lettere con i vari errori grammaticali.

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ADA L’IMPAVIDA – Sei / È fatta

“[La storia] viene riscritta giorno dopo giorno e come un’umile e santa rammendatrice riempie pian piano i vuoti.” Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto, trad. di Ilide Carmignani, Adelphi 2012

Via, anche questa è fatta. Son bell’e morta, ora, così che nulla mi fa più paura, però di storie da raccontare quelle ce n’è ancora. E non aver più paura è meglio, ché la lingua va sciolta e la testa un ha da pensa’ altro che a dire, senza fretta. Un’altra cosa che non ho più, la furia di andare sempre dietro a far qualcosa, ché io con le mani in mano, e che ci volete fa’, un ci sapevo stare. Ma un credete che a me e mi stava bene d’ave’ sempre una cosa da fare, come cuci’ o taglia’ o cucina’ o fa’ altre faccende, no: tra le mani, ve lo devo di’ – anzi, ve lo voglio di’ –, la cosa che mi è più piaciuto di tenercela è stata un libro.
Spero che mi crederete, perché e lo capisco che a pensa’ che un ho studiato vi sembra che un ci combina che legge era la mi’ cosa preferita, invece è vero. Perché dovrei dirvi bugie, che intanto un ne ho mai sapute di’ e poi m’importa assai di di’ bugie, oramai. Io ve la racconto com’è, se mi volete crede bene, altrimenti un ci combatto. Il mi’ babbo voleva farmi studia’, e pure la mi’ mamma – io non ne parliamo, ero contenta matta. Ora mi fa ‘mpressione pensa’ che son stata piccina invece come tutti e ci so’ stata sì e ho fatto il primo giorno di scuola, e il secondo e il terzo. Mi piaceva impara’, a scrive le lettere prima e poi i pensieri, che li dicevano pensierini ma invece erano pensieri come quelli dei grandi, via, che o si pensa o un si pensa e quando si fan le cose senza pensa’ e vengon male, storte, strinte, invece via via che imparavo a mettere per iscritto quello che pensavo a me sembrava che era come pensare di più, o pensare meglio. E così dopo la prima ho fatto la seconda, e la terza – ogni anno gli esami, che a certe della mi’ classe e gli mettevan paura invece a me niente, e di che dovevo avere paura che quello che sapevo lo sapevo e quel che non sapevo no, c’era punto da ‘nsiste e picchia e mena, si faceva l’esame e l’anno dopo si riprincipiava e c’eran cose nòve, come la storia che mi garbava tanto e la geografia meno, che non l’ho mai capito a che serviva impara’ quei posti lontani che in casa e chi aveva mai viaggiato, ma nemmeno pensato e di viaggia’ e infatti un si viaggiò, per questo dico io, la geografia è cosa da signori.
O allora, ero arrivata al quart’anno che la mi’ mamma si prese un brutto male, ma brutto che di più a quei tempi un so nemmeno e se si poteva, noi si diceva la tisi ma c’è chi la dice tibicì. È lo stesso, alla fine: si tossisce come i cani, che pare gli si stracci la gola e più giù, i polmoni e giù, giù, fino alla vita. Col mal di vita s’arriva a sputa’ sangue e poi si mòre, e infatti così è andata. Successe che il mi’ babbo, che era muratore a Montenero al collegio americano, un so se sapete dov’è che dico ma poi è uguale, cadde dai camminamenti fòri del quinto piano e la mi’ mamma, che era andata a fa’ legna, appena l’avvertinno corse tutta sudata com’era senza nemmeno passa’ da casa a prendisi uno scialle e per arriva’ all’ospedale sempre di corsa senza fermassi si pigliò un malanno che poi un ebbe tempo e di curallo e così finì che la mandarono al sanatorio, mentre il mi’ babbo pian pianino si rimise i colori, anche se continuò a camminare sempre un poco storto e da vecchio col bastone. Fatto sta che a lavoro lo rivollero anche perché noi s’era quattro figlioli e qualcuno ci doveva dar da mangiare e da vestissi e tutto, e con la mamma al sanatorio ci mancava solo che anche il mi’ babbo si metteva steso. A Livorno diciamo “ulli ulli, chi li fa se li trastulli”, i figlioli dicono, però c’era poco da trastullassi visto che quello è stato l’ultimo anno che sono andata a scuola. Una cosa che ancora mi fa male a pensacci anche se pensacci un serve più e infatti un ci penso, ora che lo dico mi torna però via, è andata com’ha voluto anda’. E allora.
Così la mi’ mamma era chiusa in sanatorio e a noi bimbi e un ce la facevano vede’ perché dice che era contagiosa, pericolosa, e sarà anche stato vero, però era triste passa’ le giornate, le settimane e i mesi senza un bacino, senza sentilla canta’ che lei cantava tanto, senza sape’ che c’era e che era la tu’ mamma. La mattina il babbo si levava che un c’era ancora il sole e a noi quattro figlioli preparava la polenta, poi la rovesciava sul tavolo in quattro parti distinte e col dito su ognuna faceva la lettera del suo nome, così noi quattro un s’aveva a letica’ di qual è la mia e quale la tua e in più si capiva che sape’ legge serviva a mangiare e a stare in pace, almeno io la vedevo così. Quell’anno della scuola e lo finii, che le cose a metà se si può un si lasciano, ma sapevo che se la mamma non guariva era anche l’ultimo e che la mamma non guariva lo sapevo da me senza dottori.
Quello fu anche l’anno che mi cresimai, che a scuola usava così, toccava a tutti, e il babbo mi portò al sanatorio dalla mi’ mamma. Io volevo abbraccialla e danne  i baci ma un si poteva, solo da fòri le potevo parla’, anche se a parla’ un ci riuscimmo che come e ci vedemmo ci si mise a piangere un po’ tutti. Pensa’ che noi figlioli e si sarebbe dato pe’ vedella mentre i parenti grandi, che potevano chiede il permesso di visitalla, un ci andarono mai, tanto che quando lei mori’ un volle nemmeno un funerale. “Un m’hanno vista viva, un mi vedranno morta”, disse. Ah, un ci s’avrà avute tante cose in casa ma orgoglio un ce n’è mai mancato, n’ave’ paura. Morta e seppellita la mi’ mamma tutti, gli stessi che al sanatorio un ci avevano messo piede a figurarsi, presero a dire al mi’ babbo che si doveva riammoglia’, che quattro bimbini come li tirava su – la più grande era la mi’ sorella, quella di testa lenta; poi c’ero io che andavo appunto in quarta e poi i due maschietti, Dino e Eugenio – e che una donna in casa e ci voleva, ma lui niente: “La mi’ Maria l’ho sposata d’amore”, diceva, “quando ne trovo un’altra come lei? E i figlioli son miei, no delle suore o dei preti”, diceva sputando in terra e chiudendo così il discorso; ma non le bocche di quelli che in capo a un giorno erano daccapo: “E come li mandi in giro i tu’ figlioli, o vestili ammodino” e forse fu anche per questo che quando si capì che con la scuola avevo chiuso decisi che avrei appreso a cuci’. Perché che cos’hai nella pancia da fòri non si vede, e per lavassi serve l’acqua e il sapone e lo sanno fa’ tutti, ma per vestissi ammodino e tiranne su i soldi per la pigione e il resto serve una sarta, che a me sembrava pure un bel lavoro – se penso al babbo che si spaccava le mani a spacca’ pietre e la schiena a vola’ giù dai piani alti, o alla mamma che aveva voglia a canta’, la vita l’ha passata con le mani nell’acqua a lava’ i panni dei signori e io quello no grazie, un lo volevo fa’. Così andai da una vicina che aveva una figliola poco più grande di me che sapeva cucire e già iniziava a lavorare e m’avrebbe insegnato. In fondo era come ricominciare una scuola solo che questa volta la maestra l’avrei avuta tutta per me e quasi della mia età. Ma a furia di ricominciare e mi son stancata, prima o poi ve la racconto ma non ora.

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ADA L’IMPAVIDA – Cinque / Il mondo

Se ne sta andando. Credono che un li senta, che un li veda, scrollano il capo come a fanne cade’ i pensieri: ma quelli e non cadono, là stanno e là restano. I loro, e i miei.

Perché ne ho di pensieri, anche se credono di no. Via, io li capisco che un ci credono, perché i pensieri non si vedono, diamine. I pensieri… ne ho e non ne ho. Che poi un è facile capi’ e che sono, i pensieri, e a dilli meno ancora. Per esempio, loro mi dicono:

ascolta la radio”

e io penso che a me un m’importa, la radio, che parla di gente che un conosco, di cose che un conosco, e la musica o è fastidiosa o è bella ma quella bella e ne ho sentita tanta che un me n’importa più di sentilla alla radio, la sento nella mi’ testa quand’è silenzio e c’è tanto silenzio a volte che mi mette ─ paura? No, paura no, e tristezza nemmeno. Silenzio, mi mette, il silenzio mette silenzio, ecco, e a volte mi va bene e a volte un mi va punto bene e allora chiamo.

I primi nomi che mi passano in capo: Anna, Maria, chiamo, anche se un so chi sono. Ma è i primi nomi che mi vengono, e nemmeno io so perché. Sarà che sono nomi semplici, un lo so davvero. E allora. Mi chiedono se chiamo Maria perché era il nome della mi’ mamma, ma io la mi’ mamma e la chiamavo mamma, o che discorsi. Allora loro s’intristiscono:

Un c’è più con la testa”

fanno, perché dovrei chiamare la mi’ nora per nome, Fiamma, e lo so che si chiama Fiamma, o il mi’ figliolo che si chiama Alfredo, ma se li chiamo vengono e vogliono sape’ e che c’è e che voglio, e io un è che voglio qualcosa o sì ma non sono sicura e di che cosa, voglio un gelato? Ma sì, un gelato e ci sta sempre bene, e lei mi porta il gelato e qualche volta ne prende uno anche per sé ─ fa bene, diamine ─ e lo mangiamo insieme, con lei o col mi’ figliolo, più spesso col mi’ figliolo che a lui il gelato piace sempre, così passa mezz’ora e alla fine siamo punto e daccapo: loro sono contenti che son stata contenta e del gelato, ma chi sono Anna o Maria un lo so io e un lo sanno loro, e allora. E quando s’allontanano a rigoverna’ piattini e cucchiaini, che io ci voglio il piattino e il tovagliolo, li sento di là che borbottano:

Mamma sta andando, non c’è più con la testa”

e allora vorrei dirgli che no, ci sono, con la testa almeno che il corpo quello e un mi risponde a modo, solo che non so bene e che voglio e che un voglio e che succede dentro, alla mi’ testa.

Che se ci guardo dentro vedo tanto disordine, a modino un c’è niente ma piena però è piena, di pensieri che un si vedono e che bisognerebbe dilli: perché i pensieri si vedono colle parole, questo lo so, ma se le parole un mi vengono più e che ci posso fare? Se dico:

ho caldo”,

per esempio, loro:

ah ci credo, fa un caldo che strugge, t’apriamo la finestra?”,

rispondono, e io:

no, chiudete tutto”

e loro:

no, via, che viene un po’ d’aria, s’apre”.

E aprono e fan bene, che l’aria viene e va e si sta un poìno meglio, è vero: ma io un volevo di’ “ho caldo” per dire che ho caldo, anche se ho caldo, ma che a tenere chiuso viene caldo anche se io voglio tenere tutto chiuso, e questo un glielo so spiegare: è che con l’aria entra in casa tante altre cose, i rumori del barre che un mi piacciono, voci di gente che un so chi è ma grida, e i motorini, e i pùrman che vanno in piazza Grande uno e ad Antignano l’altro e l’ambulanze giù nella via grande che penso sempre che vengono per me… Allora penso che glielo dico, magari son contenti che dico una cosa che ho pensato per fargli vedere che so dire i pensieri che mi vengono:

oh l’ambulanza, è che viene per me?’

E loro:

Ada, ma che dici, non hai nemmeno un po’ di febbre, non vorrai l’ambulanza”.

E infatti non ho detto che la voglio, ho solo chiesto se è per me, e invece di essere contenti che ho detto una cosa che pensavo, che gli ho fatto vede’ che penso ancora, ovvia, son bell’e preoccupati. Un li capisco, un li capisco più.

Alla fine è tutto qui: io un li capisco e loro un capiscono me. Come co’ gli ordini, che si lamentano che un chiedo niente col per piacere ma solo “dammi” e “fammi” e “portami” e “toglimi”, o e che dovrei dire? Io sono in casa mia, sarò padrona, dico.

No, Ada, qui un ce n’è di padroni, qui si fa tutto per te ma padroni un ce n’è e servi nemmeno”.

Servi! E chi l’ha mai avuti servi, le ragazze che cucivano per me quando facevo la sarta sì ma servi, mai. Noi un s’era nati d’ave’ servi, a servire piuttosto e anco quello, mai. Ve l’immaginate quando lavoravo a chiedere ogni volta alle mi’ ragazze:

Per piacere, che me lo passi un ago piccino?”

o

Me l’infili il filoforte per piacere, che ho da fermare l’orlo?”.

Si diceva “dammi” e “infilami”, senza tante moine.

Loro invece, il mi’ figliolo dico e la su’ moglie e anche la signora che dorme di là, e voglion le moine. Ma a me e un mi riesce. Mi chiedono se mi piace d’esse comandata: diamine, e un mi piace no.

Allora perché vuoi comandare noi?”,

chiedono. E un lo so, mi pare che va bene così, e poi un m’importa. Io chiamo e chiedo questo e quello via via che mi viene, se me lo danno bene e se no si farà senza. Però li vedo che son tristi, gli vedo gli occhi tristi, e allora ogni tanto lo dico, “per piacere”, e son contenti. Ma poi la volta dopo mi dimentico, o e che devo fare.

E loro ricominciano che sto andando, che me ne sto andando, che chi lo sa se un me ne sto di già in un mondo tutto mio. Mah. A me sbaglierò ma mi pare che son sempre qua e che il mondo è uno solo.

Forse dovrei dire questo, a vedere se son contenti. Magari lo dico, domani.

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LIBRIC-À-BRAC / QUATTRO

C’era una volta in Italia

È così facile odiare. Ne è capace pressoché chiunque: si odia l’altro perché è altro, non assimilato né assimilabile a sé ─ non più, non ancora ─, qualsiasi cosa sé voglia dire o dica, qualsiasi cosa sé taccia e perché, qualsiasi cosa sia un sé posto che un sé esista. È una scorciatoia: non so come affrontarti, non so come trattarti, non so come rivolgermi a te per cambiarti o far sì che tu sia sempre come ora, come decido che tu sia, come voglio che tu sia e rimanga, come pretendo che tu diventi, come esigo: che tu smetta di essere tu o, meglio, non iniziare nemmeno a pensare di esserlo. Ti odio perché voglio che tu non esista, perché se esiste tu non esiste io, perché io senza io sono niente. Allora è meglio che sia niente tu.

Non necessariamente è ostile, l’odio, dato che l’ostilità presuppone un conflitto e il conflitto presuppone ─ implica ─ l’altro, pur non ammettendolo né riconoscendolo spesso come tale. Il conflitto racconta, l’odio mette a tacere. Impedisce di crescere.

Margherita Scarabosio, infatti, non è cresciuta: perché, più ancora e prima della coscienza inculcatale di non poterlo fare, non sa di volerlo. Come può crescere chi non ha corpo, chi del corpo conosce solo la negazione, la violazione, la personificazione del delirio d’onnipotenza altrui? Quante siamo Margherita! Quante lo siamo state, quante abbiamo rischiato di esserlo. E quante volte siamo andate vicine a imboccare la scorciatoia, rispondendo a progetti d’annientamento con altro annientamento (spesso senza progetti) per cecità coatta, perché il dolore ci aveva ammutolite e il silenzio assordate.

Margherita è così, cieca, sorda, muta: suo padre, il generale informe, il padre che ci si augurerebbe assente (e se Margherita avesse saputo formulare un augurio, un sogno, un desiderio, sarebbe forse stato questo), sua madre, fantoccio-feticcio, bambola voodoo che ─ tentando un’impossibile, in termini, inappuntabilità ─ si copre il capo con la parrucca che la sterminerà, strumento d’apparenza e di morte, suo fratello, formidabile figura della più deragliata normalità, l’hanno resa così. L’hanno resa niente. Figlia di questa dolente e crudele trinità, figlia dell’ordine ─ l’ordine che sa infilzare le farfalle colpendole al centro d’un ventre che pure ha pulsato per immobilizzarle nell’eternità corrotta del collezionismo (di figli, di punizioni, in una fase anale senza fine) così che altri ne ammirino l’evidente bellezza e la crudeltà sottesa, dunque il proprio potere ─ Margherita è e non è, anzi, per almeno due terzi del romanzo Margherita è ciò che non è. Le Brigate Rosse, apprendiamo quasi subito, nel 1986 ne han fatto un’orfana: dopodiché s’adagiano sullo sfondo della trama e mai più ne riemergeranno. Diventano parte del paesaggio di questa Italia, una parte con la quale pochi narratori sembrano disposti a voler fare i conti. Romanzo non sul terrorismo ma sul terrore, dunque terribilmente politico, Sangue del suo sangue s’avvolge e si svolge a spirale tra colpi di scena, colpi bassi, colpi di genio e colpi al cuore: tra epigoni della Storia mossi, ancora una volta, da un odio di terza mano, pasticciato, inesperto, e repellenti revisionisti, spacciatori di un odio destinato a perdersi altrettanto, e a perdere; e Margherita, nell’odio cresciuta senza crescere e dall’odio oggi circondata (trovandosi, per acrobazia narrativa, a presiedere un improbabile “Comitato di sostegno ai famigliari delle vittime delle BR”: lei, che sostegno non sa che cosa sia, lei cui famigliare è solo l’orrore, lei vittima che vittima non si dice, e in questo orizzonte ottico sta una delle chiavi della sua presumibile liberazione), guarda il mondo di sbieco, non individua, fraintende.

È così buona, Margherita, da sembrare stupida.

È così stupida, Margherita, da sembrare buona.

Più d’una volta avrei voluto entrare nelle pagine e scrollarla, gridarle “Come puoi non vedere?”. Che chi ti circonda ti circonda, appunto, ti vuole con le mani in alto, arresa per segregarti ancora e ancora e ancora. Ti stanno usando, ti lodano per farsi beffe di te e del tuo dolore: già, ma tu non lo senti, il dolore, tu non senti dolore né altro. Che rabbia mi fai.

Invece.

Invece dietro Margherita c’è Gaja Cenciarelli, che sa che cosa fare ─ e che cosa far fare ─ ai propri personaggi, che sa come portare la storia dove ha deciso, che sa di Margherita cose che ancora non ci è dato vedere, che sa come muoversi nella scrittura limandola, asciugandola, perfezionandone il detonatore e rendendo ogni frase una carica di dinamite: e allora giù la testa, leggi e lasciami fare, lasciami andare dove dico io, come dico io, fino alla fine.

E la fine arriva: Margherita rompe lo specchio, spacca il piano sequenza, decide di volar via. Non sappiamo se ce la farà, quali passi seguiranno i primi liberati che compie e dove la porteranno: ma, nel clangore del camion tritarifiuti che appare nell’ultima pagina ─ come già nell’ultima scena del film che l’ha segnata nell’adolescenza e che da allora mille volte s’è proiettata nella mente per resistere fino ad arrivare a dirsi che la violenza, dopotutto, è solo violenza, ottusa, stolta, inetta: cruda, e crudele ─ sentiamo catene abbandonarle sferragliando le caviglie. Alla paralisi dell’odio Margherita risponde con il conflitto cui si lascia andare, entrando nella città con occhi aperti; la durezza battente che ci ha accompagnate nella lettura lascia gloriosamente il campo, in levare, a una dolcezza che smarrisce e nella quale, finalmente, ritroviamo il respiro.

Gaja Cenciarelli, Sangue del suo sangue, edizioni nottetempo (452 pagine, 16.50 €) 

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ADA L’IMPAVIDA – Quattro / Il mardimàre

Impavida, mi dite, ma io non sono impavida. Anzi, oggi ho paura di tutto, anco delle parole. Perché ci son parole che un me le ricordo, che un so più e che voglian dire, altre che invece le so ma e mi pare che un le vogliano senti’, e mi fan figurar di matta a chiedermi che stagione è e dico luglio, e che mese è e dico luglio, e che giorno è e dico luglio, e di nuovo che stagione è e dico luglio. E li sento che si guardano in tralìce, a dire eh, Ada non c’è più con la testa, invece se mi chiedessero perché dico luglio io glielo direi. Ma un me lo chiedono.

È che ci son giorni che sembrano lunghi mesi, giorni caldi che un si respira e c’è da ave’ paura di struggersi, che cominciano e un sai quando finiscono. Per me e son tutti pochi, quelli avanti dico. Possono anche esser l’ultimo per quel che ne so, infatti io un lo so se c’è un giorno dopo oggi. Allora è luglio oggi e domani, è luglio da prima di ieri e sa il cielo quanto séguita. Ma e son duri loro, che mi chiedono come mi chiamo, e lo so e glielo dico, e dove sono nata, e lo so e glielo dico, e dove abito, e lo so e glielo dico, e poi dove siamo adesso, e un glielo dico o gli dico quel che so, quel che ho capito. Mi son venuti a prendere nel letto, mi han fatto monta’ sulla seggiolina gialla, quella co’ lacci, e mi han fatto scendere le scale e anche se son giovani forti e a modo a me non piace scendere così, dicono che o scendo così o non scendo ma per me e si potrebbe non scendere, che a lasciare la mi’ casa e un son contenta, ma dice che tocca andare dal dottore e infatti quando arrivo in strada c’è l’ambulanza dove un mi piace salire, il mi’ figliolo viene con me ma un mi piace eguale, sballotta in qua e in là e un si vede nulla dai vetri che son tutti a righe. Poi s’arriva e mi mettono su un’altra sedia, con le ròte ma senza i lacci, e di nuovo mi portano su e giù che c’è da fassi veni’ il mardimàre, poi s’entra in una stanza co’ dottori e allora mi chiedono dove siamo e io gli dico che siamo all’ospedale e un son contenti.

Dice che questo non è l’ospedale, il mi’ figliolo dice che siamo all’asle e che me l’ha detto e ridetto ma io l’asle la conosco e questa un la conosco e il mi’ figliolo dice che infatti questa è un’altra asle ma a me e un m’importa sape’ dove siamo, che tanto un ci son venuta di mio e un devo torna’ a casa con le mi’ gambe e allora che m’interessa sape’ e dov’è che siamo. Ma questi insistono a fa’ domande, e picchia e mena, come si chiamava la mi’ mamma e quando glielo dico son contenti, come se una potesse non sapere e come si chiamava la su’ mamma, Maria si chiamava, e l’ho persa troppo presto. E come si chiamava il mi’ babbo e io Giuseppe, e loro un ci credono, si guardano di nuovo in tralìce, babbo Giuseppe e mamma Maria, ripetono, sarà vero? O è vero sì, e mica solo Gesù ce l’aveva Giuseppe e Maria, ce l’ho avuti anche io se un vi disturba. E il mi’ figliolo gli dice di sì col capo e loro son contenti e fan la croce. Un li capisco.

Poi vogliono sape’ che giorno è e quando glielo dico – è oggi, gli dico, questo lo so – riprincipiano da capo, sì ma che giorno è, alzo la voce: è oggi, o siete duri! Ma che giorno della settimana, mah, penso, un è domenica sarà lunedì, lunedì dico, e pare ho indovinato perché fanno un’altra croce tutti contenti sul foglio che han davanti senza farsi vede’ invece io li vedo. E un è finita, e che giorno è del mese, o questa, ma a me e che m’importa se oggi è dieci o venti o trenta? Dice che dovrei saperlo ma io un capisco se ci fanno o ci sono, a me le giornate e son tutte eguali, dieci o venti un mi cambia e un m’interessa, se mi chiedete cose che m’interessa e ve le dico, ma il giorno un m’interessa e un lo so e basta, m’avete stancato. E stavolta la croce e un la fanno. Sembran tristi. Ma io e che ci posso fare, ditemelo voi.

Seguitano a far domande ma mai quelle che so. Come si levano le macchie di vino, con la marsiglia però subito. Come si fa l’orlo invisibile, che dipende dall’ago e dal filo ma più di tutto dalla mano. O le parole delle romanze o delle poesie che mi piacciono, che a memoria e ne so tante da passare la notte. Che cosa voleva il mi’ nipote quando lo tenevo da piccino e chiedeva il pane col pomodoro. Come si fanno le lasagne, che mi son sempre riuscite bene, con la salsa besciamè. O quand’è che s’è sposato il mi’ figliolo e com’era che sono andata a Perugia e poi son tornata da sola col treno e c’era un bravo giovane che m’ha aiutata a scende e mi è venuto a prende il fratello del Barcacci e mi facevano male i piedi e ero stanca ma meno di adesso e m’ero divertita. Ero contenta, che la vita va avanti pensavo, se me lo chiedevano questo lo sapevo e vedi a far croci.

Invece vogliono sapere tutto di adesso, come se a me di adesso m’importasse una semplice. Un lo capiscono che quando s’arriva alla mi’ età e s’ha tutto dietro si ricorda un monte di cose ma un se ne sa tante? Son dottori, dicono, ma a me e mi pare che a studia’ se poi un si capisce la vita e un è che serve a molto. Ma quelli fan croci e crocette e poi mi salutano e si riva’ via, di novo l’ambulanza e di novo a monta’ scale strinta co’ lacci e finalmente sono a casa, la mi’ casina, co’ su’ fiori in balcone e la minestra e i pomodori con l’olio bòno ma senza i semi, che mi si guasta il corpo. Io son contenta così e se a loro e un gli va bene, tanti saluti e grazie. Quel che sapevo gliel’ho detto e quel che non sapevo, no, così che un poìno son contenta e un poìno no. Un lo so se questo è esse impavidi, credo di no perché un lo dico, anzi dico tutto il contrario: ma ho paura, un so di che ma e ho paura. So una semplice di come andrà domani. E allora.

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ADA L’IMPAVIDA – Tre / La cugina militare


Qui le ore un mi passan mai. Un po’ che un mi mòvo più tanto bene e gli ossi un mi tengono, un po’ che un sento più come una volta e anche la radio dopo un po’ mi dà fastidio, la televisione poi un la capisco più e invece di farmi compagnia e mi disturba, parlano parlano ma alla fine è come al principio, insomma le giornate son lunghe. Per fortuna c’è il mi’ figliolo che viene a stare con me e mi fa tante di quelle domande che alla fine mi gira la testa e sono stanca però anche contenta, perché mi fa ricordare la mi’ famiglia e la mi’ Livorno, che anche quella adesso non c’è più. O magari sì, un esco e un lo so, ma a vederla dal balcone e mi pare che c’è più macchine e motorini, però poi la domenica le campane della chiesa e son le stesse e tutti si vestono a modo, e al tocco corrono a casa e si fermano solo per comprare le paste qui di fronte, li vedo bene entrare e uscire con i bimbi per mano e il cartoccio dei dolci nell’altra, questo mi pare eguale.

Non che un tempo si comprassero le paste, c’era una miseria che altro che le paste, però la domenica era la domenica, mi’ babbo si metteva il vestito bòno e teneva per mano Ida e Dino e io avanti con Eugenio, questo sì. E finché è stata viva avanti andava la mi’ mamma e da una parte per mano ci teneva me.

Però un s’andava in chiesa: s’andava al mare, invece, o sulla piazza di Montenero, dove s’allarga e ci sono i baracchini dei suvenìr, o dei riordìni come li chiamavano quelli che li vendevano: “Lo vòle il riordìno? Lo prenda, è il riordìno della madonna!”. Noi però un li prendevamo, un po’ per i soldi che eran pochi e un po’ perché ricordare la madonna un ci serviva, visto che ci s’abitava vicino. Noi s’andava a trovare la mi’ cugina che n’aveva uno,  la figliola di Emilia, di baracchino dico, mi’ nonna dalla parte del babbo, che il su’ fratello Pietro e mi voleva sposa’ ma io glielo dissi che tra cugini e un ci si sposa che i figlioli vengono sciupati o peggio. Anche se non eravamo cugini un lo sposavo uguale, perché un mi garbava punto, ma un glielo volevo di’ per educazione e un gliel’ho mai detto. Anzi quando poi ha preso moglie ci sono anche andata al matrimonio, e s’è mangiato e bevuto, auguri e figli maschi. Invece ha avuto due femmine. I maschi l’ho avuti io, e belli sani, col mi’ marito che un s’era cugini e né parenti.

Questa cugina, che oggi vi racconto la su’ storia e un giorno forse quella del su’ fratello Pietro anche se mi sembra che ve l’ho già bella e raccontata ma forse qualcos’altro e mi viene in mente, questa cugina dicevo era bella. Aveva gli occhi grandi e i capelli neri, lunghi, mossi: non lisci come i miei, che infatti poi mi son sempre fatta la permanente, e nemmeno riccioli come la mi’ nuora, che infatti e un si pettina nemmeno. Il mi’ figliolo dice che i suoi son ricci malandrini e a me piace vederli quando si abbracciano e si danno baci, mi fa allegria. Però si pettinasse ogni tanto e un le farebbe male, starebbe più a modino, via.

Questa cugina, dicevo, aveva una massa di capelli ed era alta, la più alta di tutti in famiglia e forse l’unica alta, che io son piccina e così i miei fratelli e la mi’ sorella, poi, più piccina di me. Un bel personalino, insomma. Una volta le dovevo fa’ un abito e l’avevo misurata, un po’ forte di petto ma la vita sottile, poi un glielo feci più ma da qualche parte le misure le avrò ancora, le ho sempre tenute tutte. Però un s’era mai sposata. Perché un lo so, era molto religiosa, forse per questo. Sta di fatto che ne aveva intorno ma lei niente mai, poi è morta e il su’ segreto lo sa la terra. Un giorno, una domenica che un s’era andati al mare, arriviamo al baracchino e la troviamo agitata, nervosa, una furia, ma un ci voleva di’ e che c’era. Alla fine, picchia e batti, ci mostra una cosa che, diceva, era dell’altro mondo. A me tutta la storia l’ha raccontata il mi’ babbo, che io avrò avuto tre anni quando la su’ sorella e ne aveva venti. Però me l’ha ripetuta tante di quelle volte, era una delle su’ storie preferite, che mi par di vederla scarmigliata e sudata e invece un è possibile. Strano come le parole ti fan vedere un posto o una persona meglio degli occhiali, e allora.

Allora alla fine tirò fuori una carta e ci disse che le era arrivata il giorno prima. Dice che anche il postino e rideva quando gliel’aveva messa in mano, che era la cartolina per passa’ la visita del militare. A noi e ci venne da ride ma lei aveva gli spasmi, perché una volta un era che si poteva telefana’, s’aveva da andare di persona: e lei all’idea di andare al distretto, e a Pisa per di più che a Livorno un c’era, da sola a prende il treno, s’era messa in agitazione, con tutti quei giovani intorno e il viaggio e prima e dopo. Ma poi ci andò e glielo spiegò per benino al maresciallo che il su’ nome e si leggeva Èlia, non Elìa, e che lei sapeva una semplice di accenti e non accenti, lei si chiamava Èlia ed era una donna, o un lo vedevano?

Io credo che a Montenero e la raccontano ancora la storia della mi’ cugina che la volevano fa’ parti’ militare. O poi un lo so se la raccontano ma io ve l’ho raccontata per farvi passare un po’ di tempo. Che a volte il tempo e un passa mai, invece se ci si mette a raccontare si sta insieme senza lavora’ e finisce che ci si riposa con le parole, che è sempre una bella cosa quando la vita ci stanca.

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ADA L’IMPAVIDA – Due / La madonna e il figlio dell’anarchico

Credevo che era più facile raccontare storie, invece è come un lavoro e io sono stanca, ho lavorato tanto, cucito tanto, tutta la vita dalle cinque a mezzanotte, da buio a buio, sempre con l’ago sotto le dita: ma la vista e ce l’ho ancora bona, e la testa anche. Però non è che per questo è più facile raccontare. Io volevo studiare, ho fatto fino alla quarta, avrei anche continuato ma non c’era da mangiare per tutti, quattro eravamo, la maggiore che però era nata sciupata e anche da grande è sempre rimasta, con rispetto parlando, lenta di cervello, poi i due maschi più piccini di me e il babbo muratore, e così anche la scuola era bella ma lo sapevo che non durava.

Se avessi continuato magari sarei più brava a ricordare, invece è difficile perché un pezzo non ridice con l’altro, prima devi trovarli simili, o per la forma o per la fantasia, poi li devi mettere vicini e che si accostino a modino, poi devi infilzarli, cioè passare il filo per l’imbastitura, poi li devi stirare che se fanno la piega quando vai a macchinare vengono storti e non cade bene, viene una manica più larga o un petto che non s’incrocia con l’altro, ci vuole occhio ma anche pratica e quella, a ricordare storie, non ce l’ho. Saranno anche gli anni, che sono tanti. Quasi cento, fa impressione a dirlo, vero? Beh, anche ad averli fa impressione. Poi quando lo dici ne fa ancora di più, che è una cosa che non capisco, perché se la dici o non la dici è successa lo stesso ma è come se a dirla succede di più, come non poter tornare indietro, che non ha senso visto che alla mia età di andare avanti non ce n’è per molto. Invece di dietro ce ne ho di giorni e dovrebbe essere facile metterli di séguito, non tutti ma almeno quelli in cui ti è successo qualcosa di speciale, e ce ne sono stati, invece se li cerco scappano, vanno in terra e addio, chi li trova più. Per questo, dicevo, è difficile.

Per esempio, il mi’ babbo era anarchico, poi è diventato comunista, non so se è cambiato lui o se è perché i comunisti prima non c’erano. I comunisti sono nati proprio qui, qui a Livorno dico, sono nati che avevo quasi quattr’anni perciò non me li ricordo come nascita però lo so. Via, lo sanno tutti, almeno qui a Livorno, almeno alla mia età lo sanno tutti che sono nati dove adesso vive il mi’ figliolo, in via Borra, che ora c’è un asilo ma prima c’era un teatro, i comunisti sono nati a teatro, lo sapevate voi? Io sì. Allora dicevo che prima non c’erano, i comunisti, e il mi’ babbo andava lo stesso a dà e l’assalto ai forni, perché il pane costava una fortuna e dico almeno il pane, togli anche quello ai poveri resta solo l’aria e gli occhi per piangere, e noi di piangere non s’aveva tempo figuriamoci lui trent’anni prima. Poi era nata la mi’ sorella lenta, poi io, poi il partito, poi Eugenio e poi Dino, e per ultimo è morta la mi’ mamma. Marietta, si chiamava, un l’ho quasi conosciuta, un giorno vi racconto anche la sua, di storia. Oggi però se riesco voglio provare a dirvi di quando è successa una cosa, non una di quelle che ti cambiano la vita, che un si sa prima che succedano ma ci son delle cose e che ti cambiano la vita, cose che prima le cose vanno in un modo e poi vanno in un altro. Questa è molto più da niente però prima stavamo male e poi meglio, se riesco a mettere i pezzi come si deve ve la dico tutta.

S’era nel 1934, me lo ricordo perché il mi’ babbo lavorava a spacca’ sassi per fare il fondo del campo di pallone, che intorno poi ci han fatto lo stadio, lo stadio Ciano Mussolini, si chiamava, con i due nomi insieme perché era intitolato alla figliola anche se poi il duce e gli ha fatto ammazza’ il marito e non c’è da aggiungere altro mi sembra sull’uomo che era. Però il mi’ babbo e lavorava a spacca’ sassi che quello c’era di lavoro e ogni tanto si portava anche il mi’ fratello, quello di mezzo, mentre il piccolino ogni tanto andava in chiesa, al santuario della madonna di Montenero, non dico proprio di nascosto dal mi’ babbo che lui lasciava fare agli altri basta che gli altri lo lasciavano fare a lui, infatti è morto che l’han portato via con la bandiera rossa, però nemmeno lo diceva molto in giro, andava e pregava di ave’ un miracolo che quel mese e un c’era verso, non ci s’aveva i soldi per la pigione e senza quelli addio casa. Miracoli, niente: ma lui continuava, tanto di lavoro e ne aveva una semplice e allora andava a prega’, che lo s’aveva dietro casa, il santuario. E poi lui alla madonna ci teneva, sarà che siamo cresciuti senza mamma, ma solo a quella di Montenero. Di madonna, dico.

Un giorno, dopo la messa, la chiesa grande s’era svotata e lui camminava nella galleria delle grazie ricevute, che è piena di quadri belli da vedere, ma lui non li vedeva, un po’ perché e li conosceva un po’ perché era cupo e teneva l’occhi a terra, che è stata la su’ fortuna e la nostra, che uno s’aveva e uno si divideva in quanti s’era, e d’un tratto s’accorge che c’è cinquanta lire in terra. Un foglio novo novo, talmente novo che doveva esse scivolato da una tasca: e non c’era nessuno, nemmeno a volello e lo poteva restitui’, e a chi che era solo. Così e un ci pensò su du’ volte, o magari sì, ma insomma e li pigliò e ci si pagò la pigione. Fosse avanzata una mezza lira ci si poteva pure andare a mettere un cero, o almeno una candela, alla madonna, ma le cinquanta lire bastavano giuste per la mesata e così nessuno andò a ringraziare per il miracolo che aveva salvato la famiglia dell’anarchico prima e dopo comunista, da quando c’era il comunismo dico.


Ecco, questo volevo dire: che magari, a saperla raccontare, questa ci viene fòri anche una bella storia: invece ve la dico così, come la so e mi viene, e se mi avete ascoltato e v’è piaciuta, via, son contenta.

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ADA L’IMPAVIDA – Uno / Eugenio e i fogli verdi

Allora, io avevo un fratello (veramente ne avevo due: ed eravamo due sorelle, ma di questo vi parlo un’altra volta) che mi somigliava tanto: se trovo una foto ve la faccio vedere. Eugenio, si chiamava. Era più piccino di me e, siccome abbiamo perso la mamma che s’era ancora bimbi e io ero più grandicella, e gli ho fatto un po’ da mamma io. Siamo cresciuti a polentina e fagioli, e i fagioli mica sempre… e ogni tanto un ovo. Insomma, siamo cresciuti. Io son nata che c’era ancora la guerra, la prima, ma un la ricordo punto, è finita che avevo un anno e mezzo, Eugenio invece è nato dopo, quando già c’era il fascismo, che solo a dirlo mi torna su una rabbia! Perché se non c’era il fascismo, se non veniva su quello, Eugenio c’era ancora, aveva preso una bella moglie, aveva fatto i figlioli e i nipoti e oggi mi veniva a trovare anche di giorno, non solo la notte quando dormo e me lo sogno col su’ bel sorriso.

Invece io i nipoti l’ho avuti, due maschi, ma un li vedo mai perché e vivono lontano, non so bene dove che io di geografia non è che son brava che ho studiato poco, nemmeno le elementari ho potuto finire che ho dovuto lavorare da quando avevo dodici anni ma questa è un’altra storia e un giorno ve la racconto ma non ora.

Allora, uno di questi due nipoti, il più piccolo, che poi piccolo per dire che è un omo e lavora e tutto, ma fidanzate niente, un giorno mi è venuto a trovare dal nord di dove vive, non so bene dove per via che ve l’ho detto ma come a Milano, solo che non è Milano. Eravamo lì che si parlava quando lui comincia a dirmi che c’erano le elezioni e se votavo.

E certo che voto, gli ho detto, che ho dovuto aspettare che finisse la guerra, la seconda, per poter votare, ci puoi giurare che voto, ovvìa.

Bene, mi dice, allora guarda qui, ti aiuto io, vedi?, devi votare questi qui.

E mi tira fuori dei fogli verdi con scritto sopra Lega.

Questi sono i migliori, nonna, mi dice. Come se io fossi una che non capisce le cose.

Allora mi sono alzata, che allora mi potevo ancora alzare da sola e invece adesso ho bisogno di Svitlana o del mi’ figliolo o della mi’ nuora su’ moglie, ma questa è un’altra storia e un giorno ve la racconto ma non ora, allora mi sono alzata e sono andata a prendere la scatola delle scarpe d’inverno del mio Lilli, che sono vedova da tanti anni, e sono tornata da mi’ nipote e gli ho messo la scatola davanti e lui mi guardava come uno che non capiva e infatti non capiva ma io stavo per spiegarglielo così poi capiva e la piantava con quei fogli verdi.

Allora, gli ho detto, quando il mi’ fratello Eugenio è partito per la guerra, in Albania l’ha mandato il maledetto, io pregavo tutti i giorni di rivederlo, e gli scrivevo e tutto, e alla fine è tornato. È tornato in una scatola grande come questa, e ci stava anche largo. Certo che ci vado a votare ma voto la falce e il martello, che se non era per loro Mussolini stava ancora qua e chissà quanta altra povera gente si piangeva i suoi fratelli e i suoi figli e padri e mariti e fidanzati, e anche le su’ mogli e figlie che quello n’ha ammazzati tanti senza guardare se eravamo òmini o donne, solo carne per i cannoni e tasche da prender soldi alla patria e le donne giovenche per figliare, eravamo. E non ho altro da dirti. Ora tu ti pigli quella carta e la vai a buttar via, no, che fai! Non nel bussolo sotto l’acquaio: la carta va con la carta, il vetro col vetro, ma dove vivi?

Ecco, ora però vado a mangiare, speriamo che mi hanno fatto le patate che mi piacciono tanto. E dopo un bel gelato, quello lo so che c’è.

Grazie di avermi ascoltato.

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NORMALE COME RESPIRARE / DUE / N’JEENA E NINA

 

 

Il suo nome è diventato Nina, perché N’Jeena non lo riuscivano a pronunciare. Com’è diversa la lingua, in questo paese.

La storia con Carlo è durata poco, anzi: non è stata una storia. Una specie di finta, piuttosto, che l’ha lasciata gonfia e nauseata. Nemmeno capisce di essere incinta, sulle prime: impossibile, lei non è una stupida, la pillola l’ha presa. Vero che non tutto funziona sempre, però…

Lavorare in mensa non può più. Gonfiore, vomito: com’è diverso il cibo in questo paese. Sarà allergica a qualcosa. Una settimana a casa, e niente: il ventre non si sgonfia, la nausea non la lascia. Ma è tempo di cercare una nuova occupazione. Sente dire che la farmacia dei viali cerca una persona per le pulizie: oh sì, lì non ci sarà nessun odore disgustoso, lì tutto è fresco, ordinato. Nina corre come può: troppo tardi, l’hanno già trovata. Primo, piccolo conato.

La farmacista le chiede come si sente. Perché? Respira a fatica. Vuole sedersi? No, grazie, non importa: in quel momento il secondo conato, più forte. Quando torna a casa ha in borsa un test di gravidanza. Lo fa la mattina dopo: positivo.

N’Jeena, sarai madre anche tu, come tua madre e sua madre prima di lei.

E ora?

Carlo, rintracciato a fatica, non ne vuole sapere. Non ci aveva contato. I mesi passano: il padrone di casa vuole l’affitto ma un vero lavoro ancora non c’è. Salife nasce nel bel mezzo della primavera. È piccolo ma perfetto e Nina ha tutto il latte del mondo: se solo lo sfratto non fosse troppo vicino e il denaro troppo lontano la vita potrebbe davvero sorriderle.

Stiamo cercando casa per Nina e Salife, anzi per N’Jeena, Nina e Salife, anzi insieme a loro. Una casa per tutti i loro nomi e tutte le loro vite, quelle passate e quelle future, aperta alle loro fortune legate a un filo di seta e chiusa sulle notti nere dei troppi corvi di città, una casa in cui poggiare sul davanzale una ciotola con un pugno di terra di Casamance e sognare, prima di dormire.

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