NORMALE COME RESPIRARE / UNO / I SOFFICINI

 

Qualche anno fa il settore Famiglia e Minori del comune di Vicenza mi ha proposto di contribuire a far crescere la cultura dell’affido scrivendo una serie di racconti sull’argomento. L’incarico aveva alcune caratteristiche: innanzitutto avrebbero dovuto essere racconti brevi, molto brevi, da pubblicare in un libro di non più di una cinquantina di pagine; avrei dovuto attenermi alla verità dei fatti ma raccontando le varie storie in modo tale da non poter in alcun modo risalire agli effettivi protagonisti; infine, la sua distribuzione sarebbe stata rivolta a persone non necessariamente abituate alla lettura.

Ho trascorso un paio di mesi a Vicenza incontrando operatori, genitori biologici, genitori affidatari, bambine, bambini e adolescenti. Ho ascoltato le loro voci e le ho tradotte in racconti, quasi tutti raccolti in una pubblicazione intitolata Normale come respirare e accompagnati dalle illustrazioni di Alessandro Zecca. Qui ne pubblicherò, uno alla volta, alcuni, scelti sia tra quelli compresi nella raccolta (come nel caso di oggi) sia tra quelli rimasti, per una ragione o per l’altra, fuori.

I sofficini

Senza sforzarvi troppo potreste anche arrivarci a capire che magari mi va che a qualcuno gliene frega qualcosa del fatto che a scuola mi sbattono fuori in continuazione perché disturbo. Forse vorrei che qualcuno mi chiede che ho. Non la solita solfa tipo: “Vorrei sapere che ci passa in quella specie di testa che ti ritrovi”, no, proprio che vuoi, che cazzo ti viene in mente quando ti svegli la mattina, che viaggi ti fai quando te ne stai le ore sulla panchina a guardare la gente che passa, se ti va di parlare vai, ti ascolto.

Magari a pranzo mi piacerebbe mangiare invece di sapere che in cucina, oltre ai sofficini strafritti, ci sta mia madre con qualche nuovo livido e mio padre, sempre che cara grazia è a casa, svaccato sul divano a russare e ruttare coi calzoni ancora mezzi aperti. Mia sorella? Quella sicuro che piange da qualche parte. Non sa fare altro.

Forse il pomeriggio non mi farebbe cagare riuscire a mettere insieme due stracci di compiti, almeno per la soddisfazione di beccarmi un sei invece di fare il cattivo che fa scena muta perché il vostro mondo mi fa vomitare.

Forse la sera sarebbe una buona idea avere uno, magari della mia età o più grande, con cui spararsi un film in tv, commentare le scene più toste e farsi il popcorn durante la pubblicità.

Non penserete mica che è divertente passare la giornata a sputtanarsi pacchi di monete in una sala giochi rancida di cicche tra altri idioti tristi come me che sanno solo mollare latrati che vogliono essere risate ma non ci riescono.

Come sarebbe a dire dove li trovo, i soldi? È l’unica cosa che v’interessa, i soldi.

E allora tranquilli, ce l’ho anch’io.

Non ho altro ma quelli, per le sigarette lo stadio e le altre cazzate, me li so tirar su da un pezzo.

La prossima estate faccio quattordici anni e spero che un meccanico mi prende apprendista. Poi vado da mia madre e la porto via.

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STANZA TRENTUNO

 

Dottore?”

Sì?”

Possiamo parlare?”

Prego.”

Apertura di una porta, poltrona dietro la scrivania, seggiole ─ due ─ di fronte. Siedi su una, posi sull’altra la borsa, il cappello, la sciarpa.

Si accomoda, ti fissa e aspetta.

Non dici vorrei sfidare il suo codice oscuro, pulirmi le scarpe sul potere delle sue parole.

La diagnosi” dici, invece.

La diagnosi”, ripete.

Non sono sicura di aver capito bene.”

Scusi?”

Non dici ho appena detto. Non dici ho appena detto, non ho capito bene, non dici sarebbe meglio se vi ammalaste solo tra medici, senza dover dare spiegazioni, spendervi in parole scarne, costruire banali semplificazioni, sforzarvi di ridurre tutto a poche frasi. Dici invece:

Scusi me, non voglio trattenerla, so che ha tanto da fare…”

Non si preoccupi, è che non vedo che cosa ci sia da chiarire.”

Quindi è sicuro? E che conseguenze avrà?”

Non sono io a dover essere sicuro. È il risultato degli esami che non ci lascia dubbi.”

Ti passa una cartella gialla, la apri: tre lastre, vari fogli con dati incolonnati, un cartoncino con quattro polaroid sgargianti, la fotocopia di otto righe a mano.

Non decifri le chiazze azzurre sgranate sull’acetato grigio piombo, i colori acidi artificiali, gli elenchi. Imperterrita scruti ed emetti una serie di sospiri che presumi significativi mordicchiandoti il labbro inferiore nel tentativo di esprimere la composta disperazione che anche quest’uomo sembra attendersi da te, come tutti. Tossicchi. Ti viene da ridere. Ti chiedi perché. Ti rispondi. Ne hai orrore. Reprimi tutto, ingoi aria, ti concentri con esibita attenzione. Infine appoggi l’indice su una macchia dai margini più netti delle altre e parli.

È questo, vero?”

Ma no, ma no, mi dia.”

Stizzito (addirittura? Così pare) fa ruotare i referti sul piano in palissandro lucidato a specchio, li scorre di sfuggita, richiude la cartella con un colpo secco, si protende verso di te e, a voce bassa e ferma:

Ascolti: sono quattro”, dice. “C’è di buono”

(stupefacente: c’è qualcosa di buono)

che stando dove stanno non dovrebbero impedire nessuna funzione principale. E poi, a quell’età, anche il ritmo di crescita, capisce, è rallentato. Quanto alle conseguenze, cosa vuole che le dica…”

Lui sa benissimo cosa vorresti che ti dicesse, tu sai benissimo che non te lo dirà. Non te lo può dire. Elimini questi cazzo di inizi di frase: nemmeno questo, figuriamoci, dici.

… non posso azzardare previsioni. Tre mesi, sei forse… Chi può dirlo?”

Non saprei. Lei?”

Nessuno.”

Ah. Meglio così.”

Già, purtroppo.”

Scusi?”

Cosa?”

Niente.”

Hai perso il filo. Meglio? Peggio? Bene? Male? Purtroppo, per fortuna, bianco, nero, poi prima, verde rosso, sul serio è uno scherzo, scusi: cos’ha detto? Sagittario? No, signora, cancro. Davvero, divertente, ma certo, sì, va bene. Non va bene. Dici? Non dici.

Tenga.”

Ti passa un pacchetto di fazzolettini dal cassetto dove li tiene, evidentemente, per quelli come te. Che lavoro anche il suo, però, dottore. Invece:

Grazie”.

Ma non hai da piangere. Tiri un po’ su col naso per gentilezza, ti stropicci gli occhi, sospiri.

Allora, diceva: quattro?”

Sì. Beninteso, per ora.”

Beninteso. Sì, certamente, voglio dire.”

Appunto.”

E prosegue, come se la bomba che sta esplodendo sotto i vostri piedi non lo riguardasse. Non lo riguarda, infatti.

Due qui”,

e si tocca la base del collo, un po’ sotto l’orecchio destro: no, non proprio lì, dottore. Vada più in alto; tre piani, fra l’orecchio e i capelli non ancora evaporati, in fondo al corridoio: perfetto. Ti guarda, non lo guardi. Conti le ninfee della riproduzione di Monet alle sue spalle. Perdi il numero ─ hai contato anche i boccioli in fondo? ─ ricominci. Tamburella. Noti che inizia a seccarsi. Buon segno. Non chiedi simpatia ma salvezza, non puoi averla, non concederai altro di te. Sa com’è, dottore. Sì che lo sa.

uno qua sopra, e l’ultimo un po’ più in alto. Per fortuna.”

Davvero?”

Davvero. Sì, naturalmente. Le ripeto, può leggere, può scrivere. Si rende conto?”

Perfettamente. Poteva andare peggio.”

Adorano sentirsi dire questa frase, lo sai. La sera, a casa, la ripetono alle mogli e insieme compatiscono chi l’ha pronunciata: che forza d’animo, che coraggio, e insieme, grazie alla dignità del dolore altrui, ritrovano la propria dimensione umana. Forza d’animo, coraggio, dignità e dolore. Che razza di lista.

Esatto, poteva andare peggio.”

Adorano ripetere questa frase, lo sai. Spazza il campo dalla dimensione umana, li recupera. Li delimita. Li confina.

Vi alzate entrambi. Lui poggia i pugni chiusi sui braccioli in cuoio della poltrona, incassa la testa tra le spalle, il collo ancora forte, tu riprendi il controllo di borsa, sciarpa, cappello, fazzolettino usato (non osi chiedere un cestino, né lui propone “dia qua”), cerchi per ogni cosa il posto giusto e lo trovi. Te ne stupisci. Poi non te ne stupisci più.

Tende la mano.

Arrivederci, allora.”

Stringi la mano.

Arrivederci, grazie.”

E questa è fatta. Ora i tre piani, giri a destra, bisognerebbe dare un po’ d’acqua a questo ficus, pensi e dimentichi come ogni mattina, ecco la 31. Mano sulla maniglia, spostamento d’aria, leggero. Prendi fiato. Panico. Prendi fiato, ho detto. Può camminare, guardare, riconoscere, chiedere la penna, mandare una lettera, finire il libro, cominciarne un altro, altri – tre mesi, forse sei. Può vedere le cose, spostarle. Chi può dirlo. Alzarsi, forse, e camminare, forse: con calma, molta calma, e molta, molta cura. Attenzione, ché se cade si rompe: e forse anche se non cade. E se cadrà sarà perché è già tanto caduta tanto tempo fa. E se non si romperà sarà perché in pezzi è da un pezzo che c’è andata.

Quattro. Di nuovo non dici, no, naturalmente. Il letto è diventato tutt’uno con chi lo occupa; e chi lo occupa non vuole sapere. Ma sì, giochiamo. Chiamalo gioco: oppure non chiamarlo ma giocalo soltanto. Giocalo prima che ti giochi.

Buongiorno, amore.”

Miracolo. Sotto i tuoi piedi nulla ha tremato, sei ancora viva. Ti chini a baciarla.

Buongiorno, mamma. Oggi c’è il sole. Te le apro, le tende?”

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SE NON IERI, QUANDO?

 

 

Alle quattro meno dieci, in piazza Repubblica a Perugia, siamo in due. O meglio: ci sono io e c’è una ragazza che si ripara dalla pioggerellina nell’androne di un bar chiuso, con un cartello di cartone con su scritto il suo nome ─ Diana ─ la sua età ─ 26 anni ─ e accanto una frase di Anna Magnani: “Ho dentro di me tante figure, tante donne […]. Ho solo bisogno di incontrarle”. Mi avvicino: “Sei qui per il flash mob?” “Sì”, risponde timidissima, e dopo un attimo di esitazione aggiunge: “Anche se non lo so, che cos’è un flash mob”. “Nemmeno io”, le confesso. “Ma vedrai che qualcosa ci verrà in mente”. Percorriamo la piazza con lo sguardo: è vuota, tranne che per un tipo che ci si avvicina sorridendo ─ “ci sono anch’io”, dice ─ e per qualche passante. Niente sciarpe bianche (una, due forse), niente cartelli, niente pettorine improvvisate con su scritto il nostro nome, quel che facciamo (pagate o meno) e il nome di un’altra, dell’altra che portiamo con noi: per Diana Anna Magnani, per me Giuseppina Martinuzzi, istriana e rivoluzionaria. E mia prozia. Arriva qualcun’altra, mi faccio aiutare a fissarmi Giuseppina sulla schiena, arriva mio marito (ha con sé nonna Marietta, portata al cimitero di Livorno con un barroccio prima che lui nascesse e ora arrampicata sulla tela alle sue spalle), arriva una signora con una sacca da cui inizia a tirare fuori scialli, sciarpine, sciarpette, tutte candide. Mentre le sgroviglia arrivano alla spicciolata le sue amiche e se le drappeggiano una con l’altra: età minima, settant’anni.

La piazza lentamente si fa meno vuota, girello a salutare amiche che non vedevo da tempo ─ da un’altra vita ─ e a curiosare nei capannelli informali che sento più vicini: giovanissime che si sono fatte accompagnare da Michelina Di Cesare, Rose Parks, Emma Goldman, Rosa Luxemburg, Teresa Strada; non più giovani che sono qui con le madri della patria ─ Teresa Noce, Tina Anselmi, Nilde Jotti, Camilla Ravera ─ fissate al bavero con nastrini tricolori; famiglie intere, dalla nonna ai nipoti, ciascuno con il suo pezzetto di storia e di cultura allegramente tra le mani: Carla Lonzi, Tina Modotti, Ilaria Alpi, Milena Gabanelli, Berta Von Suttner, Matilde Serao, Marie Curie, Margherita Hack. Le 16.30 sono ancora lontane e via via che la piazza si riempie avviene un fenomeno inedito e inaudito: tutto intorno a me, a voci ora quiete ora squillanti, si dipana un’incredibile enciclopedia: “Berta Von Suttner?” “La prima donna ad aver ricevuto il premio Nobel, per la Pace, nel 1905.” “Grazie.” “E tu? Jafar Panahi? Non è un uomo?” “Sì, ma i suoi film mi hanno insegnato molte cose e poi sta in galera: se non ce lo porto io qui lui come ci viene?” “Guarda lei! Una brigantessa!” “Dove?” “Lì, vicino a Francesca Schiavone.” “La tennista? C’è anche lei?” “No, se l’è portata quella ragazza.” “E perché? “Non lo so, chiediamoglielo. A proposito, io sono Fiamma: e tu?” “Giusi. E come occupazione ho scelto: amorale. Non sono qui per fare la predica a nessuna.”

È quasi l’ora. Ma che cosa faremo, non lo sappiamo. Nessuna ha deciso niente, nessuna c’era che dovesse decidere per nessun’altra. Siamo qui, mescolate al passeggio domenicale, inumidite da un’acquerugiola che non si decide a diventare vera pioggia ─ meno male ─ ma che non lascia capire chi, al riparo delle tettoie del cinema, della libreria, dei bar, sia con noi e chi sia qui perché è domenica, si va in città, si fan le vasche. Siamo un po’ scoraggiate, così cominciamo a prenderci per mano. Una, due, tre. Dieci, venti, cinquanta. Facciamo il giro della piazza, dài, così chiudiamo il cerchio e magari ci contiamo o almeno ci vediamo tutte in faccia. Solo che presto ci accorgiamo che non è possibile, altre arrivano, spuntano sciarpe bianche come piovesse ─ invece ha smesso ─ le borse iniziano a rigurgitare fogli e pennarelli, qualcuna ha una scatolina di spille da balia, altre hanno portato cartelline trasparenti per infilarci i fogli, altre nastrini ─ bianchi, arcobaleno, tricolori, rossi ─ e ci si aiuta ad appenderseli al collo, alle borse, in cima agli ombrelli finalmente richiusi, sembriamo alberi di date, cespugli di facce, una primavera di donne fiorite.

Inutile continuare così: in piazza non c’entriamo. Partiamo, spontaneamente, per mano, verso il corso, verso l’altra piazza, più grande, lì almeno ci sarà posto per noi: e invece no, arriviamo alla piazza grande e appena ci voltiamo a guardare l’altra vediamo che è ancora zeppa di donne, di bambini, di uomini; sbuca qualche striscione autoprodotto ─ lenzuola e spray ─ circondiamo la fontana una volta, due volte, ma non c’è verso, non ci s’entra. Per mano, correndo, spalla contro spalla ci riallunghiamo sull’altro lato del corso, siamo in doppia fila (una vigile ci applaude, agita la paletta verde e grida: “via libera!”), siamo una doppia catena di mani vecchie, bambine, piccole, grandi; un ragazzo s’è portato appresso l’Italia (“Età: 150 anni. Professione: Nazione. Sesso: donna. Rispettala!”), un altro sua nonna in carrozzina, che partecipa al girotondo, che non è tondo ed è oramai ben più di un giro, costeggiandolo e fotografandolo. Quando corriamo, ridendo lascia il freno delle ruote e si tuffa senza paura tra decine di braccia che l’accolgono. In fila non ci si sta, tocca fare un serpentone, un’onda, avanti, indietro, di nuovo avanti, giriamo su noi stesse, ci scambiamo di posto. “Questo flash mob è diventato una flash dance”, mi dice Angela, “operaia e precaria”, che è qui con Patti Smith dondolante dal cappuccio della giacca a vento. “Allora cantiamo”, rispondo: ma non faccio in tempo a decidere cosa che, a metà tra lo slogan ritmato e la nenia circolare, “Se non ora quando?” grida un lato del corso, e “Se non ora sempre” rispondiamo dalla nostra parte. E nelle sacche di silenzio tra un “quando” e un “se” s’infila il coro “dimissioni, dimissioni”, prima gridato poi saltato, e in mezzo un contrappunto di “dignità” e “siamo qua”, in controcanto. Incredibile, incredibile, ci ripetiamo a vicenda mentre ripartiamo: di nuovo verso la piazza piccola, di nuovo verso quella grande, di nuovo circondiamo la fontana, di nuovo saltiamo, dimissioni e dignità, dignità noi siamo qua, se non ora siamo qua, sempre siamo dignità, le parole si mescolano, le mani non si stancano di perdersi e ritrovarsi, un bambino m’insegue ─ “Non rompere il cerchio!”, mi sgrida ─ e mi riafferra con una morsa piena d’allegria, mentre sua madre fa lo stesso con chi ha vicino, il tutto con una piccolina in collo che, tranquilla nel suo marsupio, succhia concentrata il suo ciucciotto. “Ma come fai? Ci riesci?” le chiedo. “Come? Così!”, mi risponde, e ridendo continua a danzare.

Sono passate da un pezzo le cinque, nessuna si cura di far sì che un flash-qualsiasi-cosa-sia-mob sia appunto un flash, rapido, veloce: abbiamo ancora da parlarci, da scambiarci numeri, appuntamenti (“Ci rivediamo domenica prossima?” “Sì!” “Stessa ora, stesso posto?” “Chiaro.” “E poi? Che facciamo?” “E che ne so. Qualcosa ci verrà in mente”), nomi: allora a presto Cinzia, ciao Noelia, a domenica Wendy, ci vediamo Marzia, oh che bello Maria Rita, c’eri anche tu! Ci puoi giurare. Eravamo talmente tante che non ci siamo nemmeno viste. Per una volta, meglio così.

Immersa nella folla che riempie da un lato all’altro corso Vannucci torno all’appuntamento che ci siamo dati con Alfredo alla fine se ci fossimo persi, cosa regolarmente e allegramente avvenuta (lui mi ha sentita cantare “se non ora sempre”, io l’ho scorto mentre lo intervistavano), e incrocio il più bel regalo di questa giornata così generosa: una bambina con le trecce che si allontana per mano a mamma e papà. Sulle spalle di lui un foglio, stinto dall’acqua che ha appena ricominciato a cadere, dice “il potere censura solo le frasi che capisce”, su quelle della madre c’è “Zia Fani, partigiana” e su quelle della piccola ─ “Sara, scolara” ─ la figura femminile che ha voluto portare con sé: Lisa Simpson.

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UN MIO RACCONTO PER UNONOVE

”Mai avere speranza! La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda.” Mario Monicelli

A questa frase è dedicata L’ultima dea che potrete leggere (insieme a molto altro!) in unonove, diramazioni di cultura contemporanea curate da Ivan Arillotta, Katia Colica, Margi de Filpo, Valeria Faella,  Luigi Locatelli,  Anna Mallamo “manginobrioches”, Jacopo Masini, Monica Mazzitelli, Giuseppe Merico,  Rem Miu, Francesco Musolino, Giulia Rusconi e Yari Selvetella.

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CONTROSCRITTURE TRE / #rogodilibri

 

 

Avevo promesso un aggiornamento sulla campagna nata e cresciuta intorno ai deliranti proclami Donazzan-Speranzon e, nella fattispecie, i link ai testi da diffondere presso le vostre conoscenze all’estero (se aspettiamo che a far uscire l’Italia da questo pantano sia l’Italia, stiamo freschi). Mantengo la promessa ─ inglese, castigliano, francese, catalano, portoghese ─ e passo ad altro. O forse no.

Da tre giorni sono sommersa da messaggi e mail che mi chiedono con insistenza di dichiarare la mia posizione su Cesare Battisti stesso.

Non l’ho fatto, e non lo farò ─ non ancora, almeno ─ perché è palese che Battisti in sé con questo invito al pogrom librario c’entri quanto i canguri a merenda. Nemmeno i cavoli, ché vivono in una frase fatta e come tali veicolano un minimo di significato: no, quanto i canguri a merenda o i pesci in bicicletta (di cui, si diceva una volta, i pesci hanno bisogno come una donna di un uomo). Quando e se riusciremo a sventare il #rogodilibri ne riparleremo.

Sono in gioco cose molto più importanti, da dire e soprattutto da fare. Ma, siccome non si può fare senza dire, e per dire abbiamo bisogno di parole, ve ne propongo alcune, non solo mie.

Innanzitutto quelle di Lello Voce, che qui cerca di fare chiarezza sul significato di alcune parole-chiave (tra cui terrorista, mercenario, cattivo maestro) perché “Le parole sono quelle che ci narrano la realtà, che la fanno ‘praticamente’ reale, che ci fanno scegliere, giudicare. Ma le parole a volte sono maschere. Altre sono truffe.” Vi invito poi a leggere qui ciò che scrive, con tutt’altro tono e da tutt’altro punto di vista, Mario Borghi. Credo che, nella loro diametrale differenza e forse proprio grazie a essa, Voce e Borghi riescano perfettamente a dimostrare anche ai sassi l’assoluta inaccettabilità della messa al bando.

Infine parole mie, tratte da MDCCCCLXXXVIII ─ Strumenti per un’epoca feroce, installazione allestita in una cantina romana ormai scomparsa (diventata altro dallo spazio teatrale che era). Mi sbaglierò ma mi sembrano parlare di oggi ─ a oggi. E sì che hanno ventidue anni. Sbaglierò, appunto. Ditemelo voi.

 

I

Se non viviamo un’epoca feroce.

Naturalmente no.

Per dove sosta allora il grembo, quali rovine

percorre l’angelo con l’occhio,

per quali e quanti crolli sta il permesso d’arrendersi?

 

Lasciate agli avvoltoi

gli specchi, le pareti a filo a piombo,

le parole già morte, tutte

le parole. E viene voglia di gridare “Attenti!

Ai lasciti, alle maledizioni,

alle vendette, al fango, al pozzo

dei desideri!”.

 

Ma non si grida.

Ha già preso fuoco, e si è consumata,

la cometa. La fontana

butta acqua di nuovo. Le caverne

si riempiono di voci.

Oggi è tempo di dubbio. La purezza

non sia solo nell’occhio di chi guarda.

 

Non facciamoci ostaggi di noi stessi.

L’angelus novus diserta le rovine

spalancando le ali. Oh, fratelli.

Già non siamo in pericolo: né belli

né perdenti, oggi siamo il pericolo.

Coraggio: siamo

quello che siamo, quello che vogliamo.

 

II

Se non viviamo un’epoca feroce.

E invece sì.

Guerrieri guerriglieri, vene aperte

tra le pieghe del collo, dove l’occhio

non digerisce più. Filo spinato

e appese ad asciugare al sole

rose disfatte.

 

E non credere più. Non più le buche

delle bombe, non più campi di mine.

Le insidie

stanno dentro la lingua.

Aspettano l’interro, con il colpo

definitivo che ti spacca in due.

Protese verso il sole.

 

La luce sulle terre di nessuno

crolla. Tramonta un giorno dopo l’altro

la stella più vicina. Non sorgono

che gli uomini, e le donne.

Precipita il futuro.

E queste interminabili rapine

che si seguono in cuore, corpo a corpo,

disertano lo sguardo.

 

Anni di pietra non parlano di pianto.

La bocca e la saliva sono asciutte

e secchi gli occhi. L’acqua

è diventata ferro.

Lasciate le scialuppe.

Abbandonate la corazza adesso:

prima del tetano.

 

Per l’immagine di apertura, © Ray Troll, ringrazio Patrizia Pralina Diamante. E non solo per quella.

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CONTROSCRITTURE DUE / #rogodilibri

 

Lungi dall’essere una boutade da dismettere con una scrollata di spalle ,la minaccia di istituire un nuovo indice dei libri da proibire e quindi eliminare dalle biblioteche pubbliche assume, con il passare delle ore, dimensioni sempre più concrete e perciò preoccupanti. È presumibilmente vero, come scrive Ugo Tassinari qui che chi togliesse dagli scaffali i libri dei firmatari, sette anni fa, dell’appello per la libertà di Cesare Battisti proibendone così la lettura commetterebbe il reato di peculato per distrazione: i libri in questione, vale a dire, sono stati acquistati con fondi ─ soldi ─ pubblici e al pubblico vanno destinati, punto. Ma sarebbe la prima volta che in questo Paese di stanchi, di pigri, di acquiescenti, si assisterebbe al far strame di una legge? Domanda retorica.

E poi, che cosa aspettiamo a capire che il caso Battisti non c’entra un bel niente? Oggi è lui, domani potrebbe essere qualsiasi altra persona o cosa: che cosa ci vuole a capire che, se faremo passare questa manovra, potranno proibire i libri di chiunque prenda posizione pubblicamente a favore della distribuzione senza intralci della pillola del gioro dopo, del testamento biologico, dell’acqua pubblica?

È pur vero che la presidente della provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto (PdL), ha preso le distanze dall’iniziativa censoria del suo collega di partito Raffele Speranzon: ma solo perché oramai la patata era bollente e continuare a tenerla in mano impossibile. Sull’intera vicenda,  ancora aperta, la copertura dei media è stata ed è molto, molto limitata: Michela Murgia su L’Unità (l’articolo è disponibile qui), Simonetta Fiori per Repubblica (lo trovate qui ), una puntata di Fahrenheit il cui podcast è introvabile (se potete smentirmi, grazie) e poco più. Sulla querelle (nulla più, è evidente) Zaccariotto-Speranzon non perdete l’occasione di leggere l’articolo di Massimo Carlotto già segnalato da me ieri e oggi consultabile qui.

Inoltre se Zaccariotto fa (apparente) marcia indietro ci pensa Elena Donazzan, assessore regionale all’Istruzione, a rincarare la dose, promettendo una lettera ai presidi delle scuole medie superiori del Veneto in cui “[…] esorterò gli insegnanti a non diffondere tra i ragazzi i libri di questi autori” in quanto “diseducativi”. Non ci credete? Vi capisco: quando il pericolo si fa troppo concrerto è umano negarlo: ma leggete voi stessi.

Tra le prese di posizione decise a contrastare il pericolo (ripeto) che ci minaccia (ripeto) concretamente (ripeto, sì, ripeto) ci apre il cuore trovare quella dell’AIB ─ Associazione Italiana Biblioteche ─ fermamente decisa a tutelare “il rispetto per il nostro vivere civile e democratico”. Ecco il testo completo, conciso e illuminante.

Sì, i primi passi indietro di chi ha avanzato la proposta di eliminare determinati libri, non per il loro contenuto bensì per le posizioni assunte sette anni fa dai loro autori, potrebbero farci pensare di aver vinto la partita: così non è, diamine. Come scrive Wu Ming 1 (è il settimo commento) 1: “Primo passo avanti, prima nostra vittoria. Ma è ancora troppo poco, non abbassiamo la guardia. E’ il fatto stesso che un assessore alla cultura (!) abbia una simile idea di ciò che in teoria dovrebbe amministrare, è il fatto che lui e altri abbiano trovato *assolutamente normale* proporre questa madornale, sesquipedale violazione della libertà di pensiero, è il fatto che questa roba [la sua lettera, NdR] sia ancora in circolazione (benché “a titolo personale”) a costituire il pericolo. Il fatto che un sindacato di polizia – il COISP – abbia tenuto una conferenza stampa congiunta coi promotori della schifezza [qui il testo del comunicato ufficiale] è un’implicita intimidazione. Insomma, non sediamoci su questi “allori”, perché qui c’è da pedalare.”

Non potrei essere più d’accordo: gambe in spalla.

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CONTROSCRITTURE UNO / #rogodilibri

 

 

Non sono una famosa scrittrice, non sono una famosa intellettuale. Anche per questo, a febbraio del 2004, non ho firmato l’appello per la libertà di Cesare Battisti: mi faceva orrore la sola idea che qualcuno potesse supporre che a muovermi fosse l’ambizione di associare il mio nome a quello dei promotori e dei primi firmatari, che al contrario di me tanto scrivono e pubblicano. “Io”, pensavo, “conto così poco: è giusto che si mobiliti chi, in questa società, in questo Paese, ha un suo peso. Non voglio sembrare desiderosa di vivere per luce riflessa. Nel mio piccolo ne parlerò, cercherò di confrontarmi con chi non la pensa come me e di chiarirmi le idee su una vicenda che mi appare piena zeppa di ombre e luci. Questo posso fare, questo farò”. E questo ho fatto.

Fino a oggi.

Fino a che non si comincia a parlare di liste di prescrizione, fino a che autori come Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Loredana Lipperini, Wu Ming, Valerio Evangelisti (devo davvero continuare? E allora continuo: Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa, Sandrone Dazieri, Dario Voltolini. Non vi basta? Laura Grimaldi, Tommaso Pincio, Pino Cacucci, Antonio Moresco, Stefano Tassinari… e non sono ancora tutti) non rischiano ─ quanto concretamente si vedrà: e dipende anche da noi, sì, anche da me, anche dalla pochissima sabbia che potrò, che potremo, che sapremo mettere nel motore di questa stolida macchina ─ di vedere le proprie opere eliminate dagli scaffali delle biblioteche pubbliche del Veneto (per ora) in quanto “persone non gradite” all’assessore alla Cultura [sic] della provincia di Venezia Raffaele Speranzon e al suo collega di partito, il consigliere Pdl di Martellago Paride Costa: perché quell’appello loro sì che lo hanno firmato. Non importa che cosa tutti gli autori e le autrici all’indice scrivano nei loro libri (e mi chiedo: ma traduttrici e traduttori firmatari dell’appello incriminato subiranno lo stesso destino e vedranno banditi dagli scaffali anche i classici di cui hanno reso possibile la lettura o saranno ancora una volta autori invisibili?): importa solo che si siano situati fuori dal coro che invoca la forca ─ senza nemmeno elargire farina e feste a chi vi si accoda.

E allora ecco che vorrei aver scritto di più, ecco che vorrei aver pubblicato, e tanto, ecco che vorrei che il mio nome “contasse”. Perché potrei mettere molta, molta più sabbia in quel motore fino a gripparlo. Ecco che vorrei, in una parola, potermi assumere molte più RESPONSABILITÀ (ho alzato la voce? Sì, ho alzato la voce) di quelle, poche, che il mio ruolo di traduttrice e di poco o nulla conosciuta autrice (ruolo non certo residuale ma sì marginale nella catena di montaggio dei libri) mi concede.

Chi segue questo blog lo sa, qui si trovano solo racconti e sporadiche segnalazioni di libri. Raggiungo pochissime persone, non più di qualche centinaio. Se oggi dunque inauguro questa nuova sezione, “controscritture”, è per assumermi le responsabilità di cui dicevo. Perché per quanto piccola io sia so di starmene arrampicata sulle spalle di grandi che contribuiscono ogni giorno a costruire la lingua che parlo e che mi parla, e perciò farò la mia parte.

Eviterò le processioni di click, le lettere tutte uguali pronte da spedire, gli ammucchiamenti di nomi in calce a lettere aperte rivolte a istituzioni chiuse, che nemmeno le leggono. Credo sia meglio che ciascuna e ciascuno si chieda che cosa può fare concretamente: chi frequenta biblioteche può andare in quella più vicina, parlare con chi ci lavora o studia o semplicemente vi trascorre una parte di tempo, scrivere ciò che pensa, farne più copie possibile e lasciarle in giro, perché siano lette. Tutte e tutti possiamo telefonare alle radio e intervenire nei programmi a microfono aperto (sono tantissimi). Chiunque può parlarne con le persone con cui studia, abita o lavora (soprattutto chi nei libri e con i libri trae il proprio mezzo di sostentamento). Possiamo tutte e tutti comunicare rilanciando questa vicenda sui nostri siti e blog, nei social network che frequentiamo, diffondendo #rogodilibri su Twitter o sulle altre piattaforme che utilizziamo. Quanto a me, metto le mie quantestorie a disposizione: idee, dubbi, commenti, rimandi, aggiornamenti e link. È solo il mio porco dovere: perché se voglio continuare ad abitare (sia pure in una stanza piccola piccola, in uno sgabuzzino, in un cantuccio) nella grande casa della cultura il minimo che mi tocca fare è difenderne la porta. Non per tenerla chiusa, al contrario!, bensì per vigilare che nessuno si arroghi il diritto di fare da buttafuori sbarrando il passo a chicchessia.

Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano / logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta / anche loro, dopo dei tanti di prima, / e prima di quelli di dopo… leggermente.

E, per favore, che nessuno tiri in ballo la propria posizione favorevole o contraria alla carcerazione di Battisti: non c’entra più nulla Battisti, nulla. Qui si tratta di ben altro. Qui si tratta di totalitarismo, puro e semplice, e della nostra capacità di resistere ai suoi diktat, più o meno concreti, più o meno idioti, più o meno pericolosi.

Qui, e ora.

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LIBRIC-À-BRAC / TRE

 

Immaginate un caleidoscopio: da fuori sembra solo un tubo, con un forellino da una parte e un vetro opaco dall’altra. Nulla di che. Ma avvicinate l’occhio al forellino ed ecco un mondo intero, mutevole ad ogni più piccola scossa della vostra mano, costruito grazie a un equilibrio impossibile e a pochi pezzettini di vetro. Così sono le Polpette di Jacopo Masini: le leggete una volta e pensate di averle lette, ma basta una minima scossa ─ l’incontro con un amico, un sogno, un nuovo pensiero ─ ed ecco che l’equilibrio salta, la storia cambia, i pochi pezzettini si scompongono e si ricompongono e il mondo che vi si è schiuso da quel forellino è un altro. Scrivere, a volte, regala questa allegria: e, quando lo fa, leggere diventa l’altra faccia di quell’allegria.

Non ci sarebbe un granché da aggiungere, a questo punto, se non che qui potrete trovare queste storie nutrienti, umili e profondamente allegre: ma, a furia di leggere ─ qui, qui e qui ─ che sono una critica letteraria (anzi, in un caso un critico, in un altro addirittura Fiamma Folli: particolari inquietanti che avrebbero dovuto scongiurare la diabolicità insita nel perseverare. Invece) mi sono montata la testa. Eccomi dunque nuovamente a voi, miei impavidi lettori, per presentarvi un altro libro che ha avuto la ventura di incrociare la mia strada. Si tratta ancora di racconti, e di racconti brevi, brevissimi; genere al quale l’editoria da tempo dedica colpevolmente pochissima attenzione. Per fortuna una casa editrice – che è anche libreria e molto altro – ne ha dedicata a sufficienza da sfornare queste Polpette.

I racconti, si sa, sono tutto o niente, arrivano subito o mai. Un romanzo può avere una trama talmente perfetta da farti dimenticare che i personaggi che lo abitano non sono memorabili, o farti partire per terre sconosciute dove pure accade poco, ma che viaggio intanto… un racconto no: se non è perfetto ti lascia ─ mi lascia, giacché per quanto dicano io critica letteraria non sono ─ la sensazione di avere sprecato la tua ultima mezz’ora. Le Polpette di Jacopo Masini, al contrario, sono potenzialmente perfette: ciascuna dura 420 battute eppure contiene almeno un’intera avventura, almeno un personaggio memorabile, almeno una storia avvincente; e in molti casi ben di più. Le ho lette una prima volta, in ordine; poi le ho lette dalla fine all’inizio; ogni tanto ne rileggo una, o due, e sono ogni volta contenta.

Mi piacerebbe conoscerlo, quello che le ha scritte. Invece non lo conosco e il suo libro me lo son regalata coi miei soldini, e chissà che romanzo caleidomicroscopico avrebbe firmato solo per me sulla prima pagina. La buona notizia è che Jacopo continua a scrivere: qui ci sono le prime puntate del suo romanzo.

Alla faccia di chi dice che la cultura non si mangia io, che ho divorato l’antipasto, aspetto tutto il resto.

Polpette, di Jacopo Masini, Epika Edizioni.

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LIBRIC-À-BRAC / DUE

 

Chiamatemi Ismaele, ho bisogno di parlargli.”

 

Se Lezioni di tango (raccontate da una principiante) è “solo” un libro sul tango, Moby Dick è “solo” un libro sulla pesca. O sulla caccia. O sulle balene.

Ma che bella apertura. Dunque, che cos’è?

È, esattamente come Moby Dick, un libro su un’ossessione e ─ ancora come Moby Dick ─ su una passione. Non l’ossessione per il tango (come devo dirvelo?) bensì quella per la bellezza, che, Anna Mallamo lo crede profondamente, sola potrà forse salvare il mondo.

Procuratevi questi racconti (non è impossibile: che la distribuzione in Italia ─ e non solo ─ sia il vero grande cappio al collo della piccola e media editoria, e hai voglia a far fiere, è vero: che però i piccoli e medi editori si stiano sempre più attrezzando per arrivare a chi legge lo è altrettanto. Andate qui ed è fatta), procuratevi questi elenchi di sostantivi aggettanti come contrafforti nella cattedrale delle parole. Non troverete nessuna qualità in queste pagine, dunque nessun difetto, solo materia ─ solo? ─ solo sostanza ─ sola? ─ solo materia impura e un ago di pazienza con dita mille volte punte. Scoprirete come la figura del tango diventi figura del discorso, ogni ocho un’anafora, ogni abbraccio una sineddoche. “La vittoria dei mulini a vento è da considerarsi provvisoria”, ha scritto a suo tempo l’editore di Lezioni di Tango, e ancora “il tango [non] «è un pensiero triste che si balla», semmai […] «una danza felice che si pensa»”. Ce n’è, qui, di pensiero: ce n’è, qui, di felicità, una felicità di scrittura che si dipana in modo così naturale da non lasciarci scelta se non quella di ripetere che qui di naturale non c’è niente, nemmeno una virgola. C’è ribellione, piuttosto, e resistenza al brutto che c’impiastra e ci stritola e allora noi sgusciamo, oplà, leggiamo un altro finale e un altro ancora, assistiamo a una trasformazione e a un’altra ancora. Cenerentola diventa una donna, Cenerentola diventa ciò che è. Un vecchio trova la grazia che possiede. La città si arrende, anche solo per qualche ora, all’anarchia (ché il tango è anarchia in otto passi). I nazitango avanzano ma li si ferma con un traspié. Il cinismo resta fuori da queste pagine, il dito indica pervicacemente la luna: perché per cambiarlo, il mondo, bisogna prima sognarlo come lo si vuole, e Anna Mallamo questo racconta, il mondo come sarebbe se, perché lo dico da una vita che con i se non si fa la storia ma le storie sì, e lei questo fa, prende i se e li capovolge, prende i però e li moltiplica, prende l’ipotesi e la rovescia come un guanto, la adorna di tesi e di antitesi ma al posto della sintesi ci mette un inchino e un invito, e il ballo ricomincia perché, semplicemente, non è mai finito. Mai, e che mille abbracci fioriscano.

 

Lezioni di tango (raccontate da una principiante), di Anna Mallamo, La città del sole.

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BUONI ANNI

Felice 1956 a tutte le nuove creature, visibili e invisibili.

Amoroso 1957: comincia Carosello, dopo si fila a nanna e sogni d’oro, buonanotte mamma, buonanotte amore, ti voglio bene, anche io, per favore non spegnere la luce, ti lascio acceso l’angioletto, grazie, bacio, bacio.

Coraggioso 1958 a chi in quell’anno non era ancora al mondo, entrando a gradi (al pari di noialtri) stretto e inceppato in questa stia sonora di Prima, Dopo, Ieri, Mentre, Ora, Dritta, Mancina, Io, Tu, Quelli, Altri.

Lucido 1959, l’ultimo anno prima del boom ─ ahi presto quanti boom nelle piazze e sui treni degli anni Sessanta…

Allegro 1960 a Roma, che allora era ancora bellissima, e auguri a tutte le persone ancora molto piccole che in quell’anno impararono a scrivere.

Pimpante 1961, tutto una primizia: primo concerto dei Beatles, prima pietra del muro di Berlino, primo intervento degli Stati Uniti in Viet Nam, prima marcia Perugia-Assisi. Che la vostra vita sia sempre fresca di stagione e a chilometri zero dalla felicità. Continua a leggere

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