ADA L’IMPAVIDA – Cinque / Il mondo

Se ne sta andando. Credono che un li senta, che un li veda, scrollano il capo come a fanne cade’ i pensieri: ma quelli e non cadono, là stanno e là restano. I loro, e i miei.

Perché ne ho di pensieri, anche se credono di no. Via, io li capisco che un ci credono, perché i pensieri non si vedono, diamine. I pensieri… ne ho e non ne ho. Che poi un è facile capi’ e che sono, i pensieri, e a dilli meno ancora. Per esempio, loro mi dicono:

ascolta la radio”

e io penso che a me un m’importa, la radio, che parla di gente che un conosco, di cose che un conosco, e la musica o è fastidiosa o è bella ma quella bella e ne ho sentita tanta che un me n’importa più di sentilla alla radio, la sento nella mi’ testa quand’è silenzio e c’è tanto silenzio a volte che mi mette ─ paura? No, paura no, e tristezza nemmeno. Silenzio, mi mette, il silenzio mette silenzio, ecco, e a volte mi va bene e a volte un mi va punto bene e allora chiamo.

I primi nomi che mi passano in capo: Anna, Maria, chiamo, anche se un so chi sono. Ma è i primi nomi che mi vengono, e nemmeno io so perché. Sarà che sono nomi semplici, un lo so davvero. E allora. Mi chiedono se chiamo Maria perché era il nome della mi’ mamma, ma io la mi’ mamma e la chiamavo mamma, o che discorsi. Allora loro s’intristiscono:

Un c’è più con la testa”

fanno, perché dovrei chiamare la mi’ nora per nome, Fiamma, e lo so che si chiama Fiamma, o il mi’ figliolo che si chiama Alfredo, ma se li chiamo vengono e vogliono sape’ e che c’è e che voglio, e io un è che voglio qualcosa o sì ma non sono sicura e di che cosa, voglio un gelato? Ma sì, un gelato e ci sta sempre bene, e lei mi porta il gelato e qualche volta ne prende uno anche per sé ─ fa bene, diamine ─ e lo mangiamo insieme, con lei o col mi’ figliolo, più spesso col mi’ figliolo che a lui il gelato piace sempre, così passa mezz’ora e alla fine siamo punto e daccapo: loro sono contenti che son stata contenta e del gelato, ma chi sono Anna o Maria un lo so io e un lo sanno loro, e allora. E quando s’allontanano a rigoverna’ piattini e cucchiaini, che io ci voglio il piattino e il tovagliolo, li sento di là che borbottano:

Mamma sta andando, non c’è più con la testa”

e allora vorrei dirgli che no, ci sono, con la testa almeno che il corpo quello e un mi risponde a modo, solo che non so bene e che voglio e che un voglio e che succede dentro, alla mi’ testa.

Che se ci guardo dentro vedo tanto disordine, a modino un c’è niente ma piena però è piena, di pensieri che un si vedono e che bisognerebbe dilli: perché i pensieri si vedono colle parole, questo lo so, ma se le parole un mi vengono più e che ci posso fare? Se dico:

ho caldo”,

per esempio, loro:

ah ci credo, fa un caldo che strugge, t’apriamo la finestra?”,

rispondono, e io:

no, chiudete tutto”

e loro:

no, via, che viene un po’ d’aria, s’apre”.

E aprono e fan bene, che l’aria viene e va e si sta un poìno meglio, è vero: ma io un volevo di’ “ho caldo” per dire che ho caldo, anche se ho caldo, ma che a tenere chiuso viene caldo anche se io voglio tenere tutto chiuso, e questo un glielo so spiegare: è che con l’aria entra in casa tante altre cose, i rumori del barre che un mi piacciono, voci di gente che un so chi è ma grida, e i motorini, e i pùrman che vanno in piazza Grande uno e ad Antignano l’altro e l’ambulanze giù nella via grande che penso sempre che vengono per me… Allora penso che glielo dico, magari son contenti che dico una cosa che ho pensato per fargli vedere che so dire i pensieri che mi vengono:

oh l’ambulanza, è che viene per me?’

E loro:

Ada, ma che dici, non hai nemmeno un po’ di febbre, non vorrai l’ambulanza”.

E infatti non ho detto che la voglio, ho solo chiesto se è per me, e invece di essere contenti che ho detto una cosa che pensavo, che gli ho fatto vede’ che penso ancora, ovvia, son bell’e preoccupati. Un li capisco, un li capisco più.

Alla fine è tutto qui: io un li capisco e loro un capiscono me. Come co’ gli ordini, che si lamentano che un chiedo niente col per piacere ma solo “dammi” e “fammi” e “portami” e “toglimi”, o e che dovrei dire? Io sono in casa mia, sarò padrona, dico.

No, Ada, qui un ce n’è di padroni, qui si fa tutto per te ma padroni un ce n’è e servi nemmeno”.

Servi! E chi l’ha mai avuti servi, le ragazze che cucivano per me quando facevo la sarta sì ma servi, mai. Noi un s’era nati d’ave’ servi, a servire piuttosto e anco quello, mai. Ve l’immaginate quando lavoravo a chiedere ogni volta alle mi’ ragazze:

Per piacere, che me lo passi un ago piccino?”

o

Me l’infili il filoforte per piacere, che ho da fermare l’orlo?”.

Si diceva “dammi” e “infilami”, senza tante moine.

Loro invece, il mi’ figliolo dico e la su’ moglie e anche la signora che dorme di là, e voglion le moine. Ma a me e un mi riesce. Mi chiedono se mi piace d’esse comandata: diamine, e un mi piace no.

Allora perché vuoi comandare noi?”,

chiedono. E un lo so, mi pare che va bene così, e poi un m’importa. Io chiamo e chiedo questo e quello via via che mi viene, se me lo danno bene e se no si farà senza. Però li vedo che son tristi, gli vedo gli occhi tristi, e allora ogni tanto lo dico, “per piacere”, e son contenti. Ma poi la volta dopo mi dimentico, o e che devo fare.

E loro ricominciano che sto andando, che me ne sto andando, che chi lo sa se un me ne sto di già in un mondo tutto mio. Mah. A me sbaglierò ma mi pare che son sempre qua e che il mondo è uno solo.

Forse dovrei dire questo, a vedere se son contenti. Magari lo dico, domani.

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Informazioni su UtoFia

In ogni caso nessun rimorso
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13 risposte a ADA L’IMPAVIDA – Cinque / Il mondo

  1. mariella tafuto ha detto:

    Ma chi l’ha detto che bisogna dire sempre ‘per piacere’? Cercavo di spiegarlo a Michela, che è rumena e pensava che la mia mamma fosse maleducata a non dirlo. Le dicevo che non SAPEVA dirlo, che non capiva cosa fosse ‘per piacere’, in casa sua, tra i suoi figli e i suoi nipoti, che non rientrava fra le espressioni comuni nella nostra famiglia, che nel suo mondo non si usava fare le cose ‘per piacere’ ma perché le cose si fanno e basta. Per amore o per forza. Per dovere, per consuetudine. Perché è così e basta, in una testa che non conosce “cara” o “tesoro”, ma che era abituata a dire, e forse a sentire da sua madre, “te benedico quanta gocce ‘i latte t’aggio dato”.
    Perciò dico con Alessandra: ” Alla fine come all’inizio, la faccia chi è più forte la fatica di capire.”
    E vi abbraccio commossa.

  2. valerio ha detto:

    mi sa tanto che uno di questi giorni verrò a conoscerti Ada: per farti un sorriso e per abbracciare tuo figlio Alfredo e quella bella tipa della Fiamma..

    • UtoFia ha detto:

      Bel tipo, qui abbiamo un bel mucchio di braccia e tutte aperte. E non c’è sorriso, ma nemmeno mezzo, che non sia benissimo accetto e più che ricambiato.

  3. Daniele Petruccioli ha detto:

    Ciao Ada, ciao Fiamma.

    Ada, non ti preoccupare, che Fiamma e Antonio capiscono. E’ che le parole son cose, che quando gli dai fiato – tranne in certi luoghi magici legnosi e pieni di polvere – non sanno esser più le cose. Se invece le rimugini e ripeti, poi diventano pesanti, e tornan cose. E restano. Morbide e pelose.
    Fiamma, non ti preoccupare, che tu le parole le mastichi come pietre. E il vento sai farlo arrivare anche con le finestre chiuse.

  4. Andrea ha detto:

    Un bacio al figliolo, uno alla nuora e uno anche ad Ada, anche se non la conosco di persona.

  5. alessandra ha detto:

    la vita ridotta all’osso.
    e le parole per dirla.
    alla fine come all’inizio, la faccia chi è più forte la fatica di capire.
    e come mi capisce bene la mi’nora.

    un abbraccio commosso a entrambe.
    (e pure al figliolo, va’)

    • UtoFia ha detto:

      La vita ridotta a un osso spaccato: molto si può rattoppare, tutto no. Dalla frattura è scivolato il senso: restano parole che ne posseggono una parte sola, e non sempre è la stessa: ma va presa e qualcosa se n’ha da fare. La faccia della fatica prima che la fatica nascesse, per esempio, com’era? Commossa mi prendo l’abbraccio e lo tengo strettissimo. Il figliolo, sornione, ringrazia.

  6. Ada! ben tornata! e ora non t’arrabbiare con me, che sembra che parlo come la Fiamma e Alfredo: che non ci sei più, che te ne stai andando o che sei già in un altro posto.
    Però mi fai tristezza anche a me. Mi fai venire in mente la nonna Emma che mi guardava e diceva: “Come sta signora? è qui in villeggiatura?” a me veniva un magone! ma poi le stringevo le mani e anche lei a me. E le sorridevano gli occhi.
    Anche a te credo. Mi sembra di vederli,
    E poi chi ci va più “in villeggiatura”?

  7. Ada! ben tornata! e ora non t’arrabbiare con me, che sembra che parlo come la Fiamma e Alfredo: che non ci sei più, che te ne stai andando o che sei già in un altro posto.
    Però mi fai tristezza anche a me. Mi fai venire in mente la nonna Emma che mi guardava e diceva: “Come sta signora? è qui in villeggiatura?” a me veniva un magone! ma poi le stringevo le mani e anche lei a me. E le sorridevano gli occhi.
    Anche a te credo. Mi sembra di vederli,
    E poi chi ci va più “in villeggiatura”?

    • UtoFia ha detto:

      Ah, la villeggiatura! Ada non c’è andata mai e, chi sa, forse oggi sarebbe un po’ meno triste. Ma la tristezza, a raccontarla, passa “un poìno”, o almeno ci si prova. E il magone, quello c’è solo se si vuol bene. Ci si stringe le mani intorno alle parole e sorridono gli occhi.

  8. marina.morpurgo ha detto:

    Ciao Fiamma e ciao Ada l’impavida….

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