ADA L’IMPAVIDA – Quattro / Il mardimàre

Impavida, mi dite, ma io non sono impavida. Anzi, oggi ho paura di tutto, anco delle parole. Perché ci son parole che un me le ricordo, che un so più e che voglian dire, altre che invece le so ma e mi pare che un le vogliano senti’, e mi fan figurar di matta a chiedermi che stagione è e dico luglio, e che mese è e dico luglio, e che giorno è e dico luglio, e di nuovo che stagione è e dico luglio. E li sento che si guardano in tralìce, a dire eh, Ada non c’è più con la testa, invece se mi chiedessero perché dico luglio io glielo direi. Ma un me lo chiedono.

È che ci son giorni che sembrano lunghi mesi, giorni caldi che un si respira e c’è da ave’ paura di struggersi, che cominciano e un sai quando finiscono. Per me e son tutti pochi, quelli avanti dico. Possono anche esser l’ultimo per quel che ne so, infatti io un lo so se c’è un giorno dopo oggi. Allora è luglio oggi e domani, è luglio da prima di ieri e sa il cielo quanto séguita. Ma e son duri loro, che mi chiedono come mi chiamo, e lo so e glielo dico, e dove sono nata, e lo so e glielo dico, e dove abito, e lo so e glielo dico, e poi dove siamo adesso, e un glielo dico o gli dico quel che so, quel che ho capito. Mi son venuti a prendere nel letto, mi han fatto monta’ sulla seggiolina gialla, quella co’ lacci, e mi han fatto scendere le scale e anche se son giovani forti e a modo a me non piace scendere così, dicono che o scendo così o non scendo ma per me e si potrebbe non scendere, che a lasciare la mi’ casa e un son contenta, ma dice che tocca andare dal dottore e infatti quando arrivo in strada c’è l’ambulanza dove un mi piace salire, il mi’ figliolo viene con me ma un mi piace eguale, sballotta in qua e in là e un si vede nulla dai vetri che son tutti a righe. Poi s’arriva e mi mettono su un’altra sedia, con le ròte ma senza i lacci, e di nuovo mi portano su e giù che c’è da fassi veni’ il mardimàre, poi s’entra in una stanza co’ dottori e allora mi chiedono dove siamo e io gli dico che siamo all’ospedale e un son contenti.

Dice che questo non è l’ospedale, il mi’ figliolo dice che siamo all’asle e che me l’ha detto e ridetto ma io l’asle la conosco e questa un la conosco e il mi’ figliolo dice che infatti questa è un’altra asle ma a me e un m’importa sape’ dove siamo, che tanto un ci son venuta di mio e un devo torna’ a casa con le mi’ gambe e allora che m’interessa sape’ e dov’è che siamo. Ma questi insistono a fa’ domande, e picchia e mena, come si chiamava la mi’ mamma e quando glielo dico son contenti, come se una potesse non sapere e come si chiamava la su’ mamma, Maria si chiamava, e l’ho persa troppo presto. E come si chiamava il mi’ babbo e io Giuseppe, e loro un ci credono, si guardano di nuovo in tralìce, babbo Giuseppe e mamma Maria, ripetono, sarà vero? O è vero sì, e mica solo Gesù ce l’aveva Giuseppe e Maria, ce l’ho avuti anche io se un vi disturba. E il mi’ figliolo gli dice di sì col capo e loro son contenti e fan la croce. Un li capisco.

Poi vogliono sape’ che giorno è e quando glielo dico – è oggi, gli dico, questo lo so – riprincipiano da capo, sì ma che giorno è, alzo la voce: è oggi, o siete duri! Ma che giorno della settimana, mah, penso, un è domenica sarà lunedì, lunedì dico, e pare ho indovinato perché fanno un’altra croce tutti contenti sul foglio che han davanti senza farsi vede’ invece io li vedo. E un è finita, e che giorno è del mese, o questa, ma a me e che m’importa se oggi è dieci o venti o trenta? Dice che dovrei saperlo ma io un capisco se ci fanno o ci sono, a me le giornate e son tutte eguali, dieci o venti un mi cambia e un m’interessa, se mi chiedete cose che m’interessa e ve le dico, ma il giorno un m’interessa e un lo so e basta, m’avete stancato. E stavolta la croce e un la fanno. Sembran tristi. Ma io e che ci posso fare, ditemelo voi.

Seguitano a far domande ma mai quelle che so. Come si levano le macchie di vino, con la marsiglia però subito. Come si fa l’orlo invisibile, che dipende dall’ago e dal filo ma più di tutto dalla mano. O le parole delle romanze o delle poesie che mi piacciono, che a memoria e ne so tante da passare la notte. Che cosa voleva il mi’ nipote quando lo tenevo da piccino e chiedeva il pane col pomodoro. Come si fanno le lasagne, che mi son sempre riuscite bene, con la salsa besciamè. O quand’è che s’è sposato il mi’ figliolo e com’era che sono andata a Perugia e poi son tornata da sola col treno e c’era un bravo giovane che m’ha aiutata a scende e mi è venuto a prende il fratello del Barcacci e mi facevano male i piedi e ero stanca ma meno di adesso e m’ero divertita. Ero contenta, che la vita va avanti pensavo, se me lo chiedevano questo lo sapevo e vedi a far croci.

Invece vogliono sapere tutto di adesso, come se a me di adesso m’importasse una semplice. Un lo capiscono che quando s’arriva alla mi’ età e s’ha tutto dietro si ricorda un monte di cose ma un se ne sa tante? Son dottori, dicono, ma a me e mi pare che a studia’ se poi un si capisce la vita e un è che serve a molto. Ma quelli fan croci e crocette e poi mi salutano e si riva’ via, di novo l’ambulanza e di novo a monta’ scale strinta co’ lacci e finalmente sono a casa, la mi’ casina, co’ su’ fiori in balcone e la minestra e i pomodori con l’olio bòno ma senza i semi, che mi si guasta il corpo. Io son contenta così e se a loro e un gli va bene, tanti saluti e grazie. Quel che sapevo gliel’ho detto e quel che non sapevo, no, così che un poìno son contenta e un poìno no. Un lo so se questo è esse impavidi, credo di no perché un lo dico, anzi dico tutto il contrario: ma ho paura, un so di che ma e ho paura. So una semplice di come andrà domani. E allora.

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Informazioni su UtoFia

In ogni caso nessun rimorso
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4 risposte a ADA L’IMPAVIDA – Quattro / Il mardimàre

  1. marina ha detto:

    Ci sono anche dei bravi medici che dicono che la narrazione è un elemento essenziale nel rapporto tra medico e paziente. Ma sono pochi e ancora meno quelli hano voglia di dedicare del tempo ad ascoltarli i pazienti, e a fare in modo che i pazienti raccontino quello che hanno da raccontare. Tu dai voce ad Ada ed è già qualcosa, anche se probabilmente i suoi medici non legggono le tue parole.
    Conosci Slow Medicine? http://www.saluter.it/events/aou-fe/Manifesto.pdf
    E’ una piccola realtà appena nata, conosco alcuni di loro, forse avrebbero un orecchio diverso per ascoltare le cose importanti che Ada avrebbe da raccontare, senza badare troppo alle crocette.
    Buonanotte

    • UtoFia ha detto:

      Grazie di cuore, Marina. Ora gli scrivo subito, anche se non so a che cosa porterà, se mai porterà a qualcosa. Ma siccome se non avessimo orecchie che ascoltano le nostre bocche sarebbero inutili – e infatti ci sarà una ragione se quelle sono due, e la bocca una sola – allora rilancio anche a loro le storie di Ada. A Livorno, purtroppo, la qualità dei servizi sociosanitari è infima, pessima e perfida, e sono molto parca per non dire generosa. Se qui ci sono, questi bravi medici, in quattro mesi e in mille giri non ne ho incontrato ancora nemmeno uno. Mezzo. Un’ombra. Lo sconforto, però, non deve prevalere – e non prevarrà. Resistere, resistere, resistere. Sempre.
      Ti ringrazio e ti abbraccio.

  2. Valentina ha detto:

    Sì, Ada. Questo è esse impavidi.

    • UtoFia ha detto:

      Dici? Mah. Va così, fa il giro. E intanto si racconta e un po’ passa, la paura dico. E anche il tempo, ma quello, che passi dico, meglio non pensarci troppo.

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