ADA L’IMPAVIDA – Due / La madonna e il figlio dell’anarchico

Credevo che era più facile raccontare storie, invece è come un lavoro e io sono stanca, ho lavorato tanto, cucito tanto, tutta la vita dalle cinque a mezzanotte, da buio a buio, sempre con l’ago sotto le dita: ma la vista e ce l’ho ancora bona, e la testa anche. Però non è che per questo è più facile raccontare. Io volevo studiare, ho fatto fino alla quarta, avrei anche continuato ma non c’era da mangiare per tutti, quattro eravamo, la maggiore che però era nata sciupata e anche da grande è sempre rimasta, con rispetto parlando, lenta di cervello, poi i due maschi più piccini di me e il babbo muratore, e così anche la scuola era bella ma lo sapevo che non durava.

Se avessi continuato magari sarei più brava a ricordare, invece è difficile perché un pezzo non ridice con l’altro, prima devi trovarli simili, o per la forma o per la fantasia, poi li devi mettere vicini e che si accostino a modino, poi devi infilzarli, cioè passare il filo per l’imbastitura, poi li devi stirare che se fanno la piega quando vai a macchinare vengono storti e non cade bene, viene una manica più larga o un petto che non s’incrocia con l’altro, ci vuole occhio ma anche pratica e quella, a ricordare storie, non ce l’ho. Saranno anche gli anni, che sono tanti. Quasi cento, fa impressione a dirlo, vero? Beh, anche ad averli fa impressione. Poi quando lo dici ne fa ancora di più, che è una cosa che non capisco, perché se la dici o non la dici è successa lo stesso ma è come se a dirla succede di più, come non poter tornare indietro, che non ha senso visto che alla mia età di andare avanti non ce n’è per molto. Invece di dietro ce ne ho di giorni e dovrebbe essere facile metterli di séguito, non tutti ma almeno quelli in cui ti è successo qualcosa di speciale, e ce ne sono stati, invece se li cerco scappano, vanno in terra e addio, chi li trova più. Per questo, dicevo, è difficile.

Per esempio, il mi’ babbo era anarchico, poi è diventato comunista, non so se è cambiato lui o se è perché i comunisti prima non c’erano. I comunisti sono nati proprio qui, qui a Livorno dico, sono nati che avevo quasi quattr’anni perciò non me li ricordo come nascita però lo so. Via, lo sanno tutti, almeno qui a Livorno, almeno alla mia età lo sanno tutti che sono nati dove adesso vive il mi’ figliolo, in via Borra, che ora c’è un asilo ma prima c’era un teatro, i comunisti sono nati a teatro, lo sapevate voi? Io sì. Allora dicevo che prima non c’erano, i comunisti, e il mi’ babbo andava lo stesso a dà e l’assalto ai forni, perché il pane costava una fortuna e dico almeno il pane, togli anche quello ai poveri resta solo l’aria e gli occhi per piangere, e noi di piangere non s’aveva tempo figuriamoci lui trent’anni prima. Poi era nata la mi’ sorella lenta, poi io, poi il partito, poi Eugenio e poi Dino, e per ultimo è morta la mi’ mamma. Marietta, si chiamava, un l’ho quasi conosciuta, un giorno vi racconto anche la sua, di storia. Oggi però se riesco voglio provare a dirvi di quando è successa una cosa, non una di quelle che ti cambiano la vita, che un si sa prima che succedano ma ci son delle cose e che ti cambiano la vita, cose che prima le cose vanno in un modo e poi vanno in un altro. Questa è molto più da niente però prima stavamo male e poi meglio, se riesco a mettere i pezzi come si deve ve la dico tutta.

S’era nel 1934, me lo ricordo perché il mi’ babbo lavorava a spacca’ sassi per fare il fondo del campo di pallone, che intorno poi ci han fatto lo stadio, lo stadio Ciano Mussolini, si chiamava, con i due nomi insieme perché era intitolato alla figliola anche se poi il duce e gli ha fatto ammazza’ il marito e non c’è da aggiungere altro mi sembra sull’uomo che era. Però il mi’ babbo e lavorava a spacca’ sassi che quello c’era di lavoro e ogni tanto si portava anche il mi’ fratello, quello di mezzo, mentre il piccolino ogni tanto andava in chiesa, al santuario della madonna di Montenero, non dico proprio di nascosto dal mi’ babbo che lui lasciava fare agli altri basta che gli altri lo lasciavano fare a lui, infatti è morto che l’han portato via con la bandiera rossa, però nemmeno lo diceva molto in giro, andava e pregava di ave’ un miracolo che quel mese e un c’era verso, non ci s’aveva i soldi per la pigione e senza quelli addio casa. Miracoli, niente: ma lui continuava, tanto di lavoro e ne aveva una semplice e allora andava a prega’, che lo s’aveva dietro casa, il santuario. E poi lui alla madonna ci teneva, sarà che siamo cresciuti senza mamma, ma solo a quella di Montenero. Di madonna, dico.

Un giorno, dopo la messa, la chiesa grande s’era svotata e lui camminava nella galleria delle grazie ricevute, che è piena di quadri belli da vedere, ma lui non li vedeva, un po’ perché e li conosceva un po’ perché era cupo e teneva l’occhi a terra, che è stata la su’ fortuna e la nostra, che uno s’aveva e uno si divideva in quanti s’era, e d’un tratto s’accorge che c’è cinquanta lire in terra. Un foglio novo novo, talmente novo che doveva esse scivolato da una tasca: e non c’era nessuno, nemmeno a volello e lo poteva restitui’, e a chi che era solo. Così e un ci pensò su du’ volte, o magari sì, ma insomma e li pigliò e ci si pagò la pigione. Fosse avanzata una mezza lira ci si poteva pure andare a mettere un cero, o almeno una candela, alla madonna, ma le cinquanta lire bastavano giuste per la mesata e così nessuno andò a ringraziare per il miracolo che aveva salvato la famiglia dell’anarchico prima e dopo comunista, da quando c’era il comunismo dico.


Ecco, questo volevo dire: che magari, a saperla raccontare, questa ci viene fòri anche una bella storia: invece ve la dico così, come la so e mi viene, e se mi avete ascoltato e v’è piaciuta, via, son contenta.

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15 risposte a ADA L’IMPAVIDA – Due / La madonna e il figlio dell’anarchico

  1. aarctic_hysteria ha detto:

    “anche se poi il duce e gli ha fatto ammazza’ il marito e non c’è da aggiungere altro mi sembra sull’uomo che era”.
    una riga e mezzo che vale dieci puntate de “la storia siamo noi”.
    ciao, cara.

  2. manginobrioches ha detto:

    Ecco, queste cose succedono di più, quando ce le raccontate, Ada e Fiamma, una dentro la voce dell’altra, o una dentro il cucito dell’altra, che non sappiamo di chi è l’argento dell’ago e il colore del filo e la trama grossa della stoffa, che non ci farà mai sentire freddo al cuore, mai mai.

    • UtoFia ha detto:

      Tutto succede di più quando lo si racconta, le voci che s’infilano nelle orecchie e risuonano e tornano come altre storie, ché nessuna storia ci sarebbe se non ci fosse chi le ascolta e soprattutto se noi che raccontiamo non ne ascoltassimo, raccolti a cerchio intorno a quel fuoco che è l’altro da noi. Con il suo cuore, con il nostro cuore, e ci si scalda danzando.

  3. Dreaming Alice ha detto:

    A leggere mi sono sentita dentro a un libro. Ore ad ascoltarla, starei, la tu’ socera :)))

    • UtoFia ha detto:

      E speriamo di riuscire a inanellarne tante, di ore, e di darti prima o poi un morbido letto in cui star comoda. Ada, Alice, io e alcune meraviglie.

  4. lorella ha detto:

    e ce n’hai ragione. A esser contenta matta, dico. Che sei proprio proprio proprio brava.

  5. zia Vale ha detto:

    Ada, come sta stamattina? già a cucire? vuole una mano con le imbastiture? giuro che sono precisa… :-*

    • UtoFia ha detto:

      No, ora non sto cucendo; vorrei riuscire a ricordare per bene una storia di Monte Burrone. Cara zia Vale, lei rimanga pure, quando son quasi pronta una mano e la si accetta volentieri ♥

  6. monica mazzitelli ha detto:

    Bello, potente, grazie…

  7. simonetta melani ha detto:

    Cara Ada, grazie per la tua bella storia che ricorda tanto la mia vecchia gente di casa. Grazie per la tua lingua che è come quella, ormai persa, in forma e contenuti. E infine grazie per il tuo cucire… che è si fa rammendo di onori (merletti d’oro perduti nel fango dei nostri giorni). (belli gli ex voto al santuario di Montenero…ce ne sono alcuni stupendi per raffinatezza pittorica!)

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