NORMALE COME RESPIRARE / UNO / I SOFFICINI

 

Qualche anno fa il settore Famiglia e Minori del comune di Vicenza mi ha proposto di contribuire a far crescere la cultura dell’affido scrivendo una serie di racconti sull’argomento. L’incarico aveva alcune caratteristiche: innanzitutto avrebbero dovuto essere racconti brevi, molto brevi, da pubblicare in un libro di non più di una cinquantina di pagine; avrei dovuto attenermi alla verità dei fatti ma raccontando le varie storie in modo tale da non poter in alcun modo risalire agli effettivi protagonisti; infine, la sua distribuzione sarebbe stata rivolta a persone non necessariamente abituate alla lettura.

Ho trascorso un paio di mesi a Vicenza incontrando operatori, genitori biologici, genitori affidatari, bambine, bambini e adolescenti. Ho ascoltato le loro voci e le ho tradotte in racconti, quasi tutti raccolti in una pubblicazione intitolata Normale come respirare e accompagnati dalle illustrazioni di Alessandro Zecca. Qui ne pubblicherò, uno alla volta, alcuni, scelti sia tra quelli compresi nella raccolta (come nel caso di oggi) sia tra quelli rimasti, per una ragione o per l’altra, fuori.

I sofficini

Senza sforzarvi troppo potreste anche arrivarci a capire che magari mi va che a qualcuno gliene frega qualcosa del fatto che a scuola mi sbattono fuori in continuazione perché disturbo. Forse vorrei che qualcuno mi chiede che ho. Non la solita solfa tipo: “Vorrei sapere che ci passa in quella specie di testa che ti ritrovi”, no, proprio che vuoi, che cazzo ti viene in mente quando ti svegli la mattina, che viaggi ti fai quando te ne stai le ore sulla panchina a guardare la gente che passa, se ti va di parlare vai, ti ascolto.

Magari a pranzo mi piacerebbe mangiare invece di sapere che in cucina, oltre ai sofficini strafritti, ci sta mia madre con qualche nuovo livido e mio padre, sempre che cara grazia è a casa, svaccato sul divano a russare e ruttare coi calzoni ancora mezzi aperti. Mia sorella? Quella sicuro che piange da qualche parte. Non sa fare altro.

Forse il pomeriggio non mi farebbe cagare riuscire a mettere insieme due stracci di compiti, almeno per la soddisfazione di beccarmi un sei invece di fare il cattivo che fa scena muta perché il vostro mondo mi fa vomitare.

Forse la sera sarebbe una buona idea avere uno, magari della mia età o più grande, con cui spararsi un film in tv, commentare le scene più toste e farsi il popcorn durante la pubblicità.

Non penserete mica che è divertente passare la giornata a sputtanarsi pacchi di monete in una sala giochi rancida di cicche tra altri idioti tristi come me che sanno solo mollare latrati che vogliono essere risate ma non ci riescono.

Come sarebbe a dire dove li trovo, i soldi? È l’unica cosa che v’interessa, i soldi.

E allora tranquilli, ce l’ho anch’io.

Non ho altro ma quelli, per le sigarette lo stadio e le altre cazzate, me li so tirar su da un pezzo.

La prossima estate faccio quattordici anni e spero che un meccanico mi prende apprendista. Poi vado da mia madre e la porto via.

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Informazioni su UtoFia

In ogni caso nessun rimorso
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11 risposte a NORMALE COME RESPIRARE / UNO / I SOFFICINI

  1. daniele p ha detto:

    Non mi aspettavo di meno. Non da te che hai ascoltato, non da chi si è lasciato ascoltare. Grazie, Fiamma che scaldi la mia lingua mamma.

  2. Daniele Petrucciol ha detto:

    Non mi aspettavo di meno. Né dal tuo ascolto, né da chi si è lasciato ascoltare. Grazie, Fiamma che scaldi dando voce ai mutismi.

  3. alessandra ha detto:

    tu sì ‘na cosa grande
    tu fai cose grandi,
    tu getti semi grandi e forti alle idee, alla voglia di fare degli altri che sceglie nuove direzioni.
    questa tua esperienza mi dice della direzione che deve prendere questa voglia di fare di tutto il tempo che avanza alla mia vita pienissima qualcosa che serva, come sento da tempo.

    • UtoFia ha detto:

      Grandi sono state, e sono, le donne – ne dubitavi? – del settore Famiglia e Minori che mi hanno affidato il lavoro. Grandi, molto, sono stati i più piccoli. Grandissime le persone di ogni età che questo vivono, ogni giorno, e che hanno saputo riportarmelo. Il resto, davvero, è venuto da sé, fuori da me (ma non fuori di me), verso l’esterno. Nei prossimi giorni farete la conoscenza di N’Jeena, Duska, Paolo, Valeria, Carlos, Tommaso, Titti, Micol, Xiaolin…

  4. David Giacanelli ha detto:

    …che anch’io un giorno di questi passo e mi porto via un sacco di cose…

    • UtoFia ha detto:

      David, benvenuto in quantestorie. Nei due mesi trascorsi a Vicenza ho imparato che l’affido è multiforme: c’è l’affido familiare diciamo ”classico”, quello cui tutti pensano – il bambino, l’adolescente che viene a vivere con noi per un anno o due – c’è la vicinanza solidale, l’affido diurno, quello notturno, quello condiviso da una rete di famiglie aperte, quello in cui si ”prende” con sé anche la madre, o entrambi i genitori… davvero, le forme sono molteplici. Le racconterò, non tutte ma alcune, nei prossimi giorni. Se vuoi, seguimi.

      • David Giacanelli ha detto:

        Certo che ti seguo…
        Ti ho scritto e vorrei anche, nei prossimi giorni, intervistarti sul tuo blog “quantestorie”. Mi piacerebbe tanto. Faccio passare i prossimi tre giorni e poi mi libero. Sì, le considerazioni sono tante e interessanti. Per tornare all’affido magari, alla fine, ci riesco anch’io nella vita…Sarà oggetto ancora, di nuovo, daccapo e un’altra volta di discussioni, interrogazioni sentimentali, personali e a due con chi sai tu… Grazie
        David

  5. David Giacanelli ha detto:

    L’affido. Che tema. Anzi, che tema!!L’esclamazione ci vuole proprio. Un passo, un ragionamento, una riflessione ponderata che conserva un pizzico di eternità. Per chi ci si imbatte, per chi lo immagina o immaginerà. Mi sembra proprio di vedermelo il ragazzino di quattorici anni. Più adulto di me, di molti fra noi. Con una vita sgangherata e poche, forti, certezze. Beh mi riguarda. Il tema, per primo. Perché ci penso, ma so che non è il momento e, forse, non lo sarà mai. Ci ragiono sempre tra tristezza e reazione alla tristezza. Ma la questione non è e non deve rimanere “personale”. Io sono un dettaglio. Il tema, piuttosto. Da affrontare, continuare a sviscerare e incoraggiare. Fiamma, come sempre, sa come trattarlo. Nello stile, intensità, nel periodo, nell’incedere e il finale mi ricorda tanto, tantissimo, un autore prediletto… Che anche io un giorno di q

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