CONTROSCRITTURE TRE / #rogodilibri

 

 

Avevo promesso un aggiornamento sulla campagna nata e cresciuta intorno ai deliranti proclami Donazzan-Speranzon e, nella fattispecie, i link ai testi da diffondere presso le vostre conoscenze all’estero (se aspettiamo che a far uscire l’Italia da questo pantano sia l’Italia, stiamo freschi). Mantengo la promessa ─ inglese, castigliano, francese, catalano, portoghese ─ e passo ad altro. O forse no.

Da tre giorni sono sommersa da messaggi e mail che mi chiedono con insistenza di dichiarare la mia posizione su Cesare Battisti stesso.

Non l’ho fatto, e non lo farò ─ non ancora, almeno ─ perché è palese che Battisti in sé con questo invito al pogrom librario c’entri quanto i canguri a merenda. Nemmeno i cavoli, ché vivono in una frase fatta e come tali veicolano un minimo di significato: no, quanto i canguri a merenda o i pesci in bicicletta (di cui, si diceva una volta, i pesci hanno bisogno come una donna di un uomo). Quando e se riusciremo a sventare il #rogodilibri ne riparleremo.

Sono in gioco cose molto più importanti, da dire e soprattutto da fare. Ma, siccome non si può fare senza dire, e per dire abbiamo bisogno di parole, ve ne propongo alcune, non solo mie.

Innanzitutto quelle di Lello Voce, che qui cerca di fare chiarezza sul significato di alcune parole-chiave (tra cui terrorista, mercenario, cattivo maestro) perché “Le parole sono quelle che ci narrano la realtà, che la fanno ‘praticamente’ reale, che ci fanno scegliere, giudicare. Ma le parole a volte sono maschere. Altre sono truffe.” Vi invito poi a leggere qui ciò che scrive, con tutt’altro tono e da tutt’altro punto di vista, Mario Borghi. Credo che, nella loro diametrale differenza e forse proprio grazie a essa, Voce e Borghi riescano perfettamente a dimostrare anche ai sassi l’assoluta inaccettabilità della messa al bando.

Infine parole mie, tratte da MDCCCCLXXXVIII ─ Strumenti per un’epoca feroce, installazione allestita in una cantina romana ormai scomparsa (diventata altro dallo spazio teatrale che era). Mi sbaglierò ma mi sembrano parlare di oggi ─ a oggi. E sì che hanno ventidue anni. Sbaglierò, appunto. Ditemelo voi.

 

I

Se non viviamo un’epoca feroce.

Naturalmente no.

Per dove sosta allora il grembo, quali rovine

percorre l’angelo con l’occhio,

per quali e quanti crolli sta il permesso d’arrendersi?

 

Lasciate agli avvoltoi

gli specchi, le pareti a filo a piombo,

le parole già morte, tutte

le parole. E viene voglia di gridare “Attenti!

Ai lasciti, alle maledizioni,

alle vendette, al fango, al pozzo

dei desideri!”.

 

Ma non si grida.

Ha già preso fuoco, e si è consumata,

la cometa. La fontana

butta acqua di nuovo. Le caverne

si riempiono di voci.

Oggi è tempo di dubbio. La purezza

non sia solo nell’occhio di chi guarda.

 

Non facciamoci ostaggi di noi stessi.

L’angelus novus diserta le rovine

spalancando le ali. Oh, fratelli.

Già non siamo in pericolo: né belli

né perdenti, oggi siamo il pericolo.

Coraggio: siamo

quello che siamo, quello che vogliamo.

 

II

Se non viviamo un’epoca feroce.

E invece sì.

Guerrieri guerriglieri, vene aperte

tra le pieghe del collo, dove l’occhio

non digerisce più. Filo spinato

e appese ad asciugare al sole

rose disfatte.

 

E non credere più. Non più le buche

delle bombe, non più campi di mine.

Le insidie

stanno dentro la lingua.

Aspettano l’interro, con il colpo

definitivo che ti spacca in due.

Protese verso il sole.

 

La luce sulle terre di nessuno

crolla. Tramonta un giorno dopo l’altro

la stella più vicina. Non sorgono

che gli uomini, e le donne.

Precipita il futuro.

E queste interminabili rapine

che si seguono in cuore, corpo a corpo,

disertano lo sguardo.

 

Anni di pietra non parlano di pianto.

La bocca e la saliva sono asciutte

e secchi gli occhi. L’acqua

è diventata ferro.

Lasciate le scialuppe.

Abbandonate la corazza adesso:

prima del tetano.

 

Per l’immagine di apertura, © Ray Troll, ringrazio Patrizia Pralina Diamante. E non solo per quella.

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Informazioni su UtoFia

In ogni caso nessun rimorso
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6 risposte a CONTROSCRITTURE TRE / #rogodilibri

  1. Ivan ha detto:

    “né belli

    né perdenti, oggi siamo il pericolo.

    Coraggio: siamo

    quello che siamo, quello che vogliamo”

    Non ho parole, ma vado a cercarle

  2. manginobrioches ha detto:

    Ventidue anni fa non avevamo idea di quanto feroce, nel suo nulla armato, stesse per diventare la nostra epoca. Forse solo i poeti potevano presentirlo, con la voce delle cantine che è la voce degli angeli, inascoltata.
    Ora lo sappiamo, ma abbiamo quegli stessi angeli, dalla nostra parte.

    • UtoFia ha detto:

      Non lo so, se non ne avessimo idea: i segnali c’erano tutti. Quanto agli angeli lo sai come la penso – o meglio continuo a ignorare chi siano, gli angeli. ”Non sorgono / che gli uomini, e le donne”. Ma stiamoci, dalla nostra parte, teniamoci vicine.

  3. daniele p ha detto:

    A proposito di cantine e di poesia, è vero: non ci sono più le cantine di una volta (non a Roma, forse neanche più a Milano). Ma stiamo lavorando per voi. Lo spazio del teatro, grazie agli dei che lo abitano, cambia luoghi, non natura. Quanto ai tuoi versi, non mi sembra ci sia niente da aggiungere: ferocia, se si sconfigge, può essere solo a colpi di dolcezza.

    • UtoFia ha detto:

      Lo spazio cambia luogo, Daniele? Magnifico, musicale, come un tempo che cambi pause. In qualsiasi luogo vogliamo esserci (e ci saremo e ci siamo). Dolcemente.

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