CARNALE

 

É l’ultima volta che prendo un autobus da vergine. É l’ultima volta che vedo con occhi di vergine questo negozio di dischi che conosco come un museo. Chissà se avrò mai un giradischi tutto per me. Chissà se sarà facile leggermi in faccia, tra poche ore, che l’avrò fatto per la prima volta.’

Era una giornata di dicembre, mercoledì o giovedì ventisei dicembre, Santo Stefano. Il sole era alto, il cielo terso, l’aria aguzza e fredda. L’autobus quasi vuoto lasciò il capolinea girando leggero intorno alla piazza mostrandole il mondo in un cerchio perfetto. La città, che per quel poco che ne conosceva, lei che da sola non usciva quasi mai e senza comunque allontanarsi dal quartiere dove era nata e cresciuta, le appariva in genere nemica, incomprensibile e ostile: quel mattino le riservava invece all’improvviso una sorpresa, una cedevolezza che stordiva. Le strade, una dopo l’altra, le si arrendevano davanti e intorno.

Lo so, vuoi fare l’amore. Con me.”

Era vero. Avrebbe preferito una domanda ma la risposta sarebbe in ogni caso stata: sì.

E se lo ripeteva mentre sobbalzava per via del manto stradale, che sostituiva all’asfalto della periferia i blocchetti di porfido del centro.

Sì, voglio togliermi di dosso questi quindici anni di infanzia dolorosa, muta e senza potere, sì, voglio schiodarmi per sempre dalla grassezza triste che fino a poco tempo fa era ancora me, sì, voglio affilare la mia mente che si nasconde in corpo, tra le pieghe più pigre del mio corpo, io voglio, sì, e verrò sola, verrò mentendo un mattino, sola con una bugia verrò, lo voglio, sì. E metterò una gonna per essere più libera nel passo, se dovesse cambiare il mio passo, se dopo dovesse cambiare, se mi dovessero cedere le gambe dopo, se le ginocchia si dovessero fare molli ed elastiche, se mai dovessi farmi più sfrontata dopo, se il mio equilibrio dovesse mai dipendere dallo sguardo di un passante. Verrò e sarò io e intanto non sarò nessuno, tu sarai tu ma io, io non sarò che un’ombra, sarò un rito e un nome, sarò il tempo che passa.’

Si accorse di essere quasi arrivata: l’autobus stava imboccando le curve dell’ultimo tratto, mostrandole una parte di quella parte di città che non aveva visto mai ma che, via via, rispondeva perfettamente alla descrizione che lui ne aveva fatto il giorno prima.

Dopo la porta c’è un negozio di vestiti, con l’insegna a forma di drago dipinta direttamente sul muro: poi c’è un bar grande, un’edicola, un fruttivendolo – che sarà chiuso, ha la serranda blu – e ancora un cinema, un negozio di mobili e un altro bar, più piccolo. Appena gira a destra vedrai che il quartiere cambia; niente negozi, e le strade cominciano a chiamarsi con nomi di pittori. Quando arrivi a Simone Martini devi scendere. Vuoi che ti aspetti alla fermata?”

No, nel portone. Aspettami nel portone. Non mi perdo.”

Ed ecco il bar più piccolo: lì scese. Voleva camminare, respirare, fare due passi, sola. Non conosceva niente, né il marciapiede né il cane che passò. Sorrise, giunta a Duccio da Buoninsegna, contò quattro traverse, poi svoltò. Mentre cercava con lo sguardo la farmacia ricordando le parole di lui:

… due palazzi più in su vedrai un cancello, rosso, con una grande kenzia. L’ingresso di sinistra, sarò là”,

si fermò. Si sentiva incollata sull’asfalto, improvvisamente offesa. La vita le stava giocando un brutto scherzo, e quando meno se lo aspettava: credeva, dopo anni, credeva con tutte le sue forze e non sapeva a cosa, né perché.

Provò a respirare piano, con gli occhi chiusi. Provò a respirare forte, con gli occhi aperti. Il disagio che avvertiva non le apparteneva affatto, ne era certa, ma le bloccava il fiato più che se fosse stato suo. Come se si trattasse di una conquista, di una scoperta, vide la farmacia davanti a sé, splendente: sentì il bisogno di entrarvi, di confondersi con la sommessa clientela delle feste. La trattenne il pensiero che tra gli acquirenti delle pastiglie digestive, degli analgesici di pronto intervento dopo il troppo alcool di Natale, il troppo cibo, le troppe illusioni di un calore mancato che finivano in gastrite sicuramente si sarebbero aggirate anche quelle persone, come sua madre o sua zia, dedite alla cura di mariti, padri, figli, malati veramente, di malattie oscure e tormentose, i malati di mali dai nomi indelebili, i davvero malati di mali inauditi. E allora, se fosse entrata, sarebbe stato per sentire la voce del farmacista di turno chinarsi su una di queste povere anime lacerate e sperse e informarsi della salute di qualcuno che sarebbe stato in torto a soffrire in un giorno di festa. Solo ieri era Natale, che diamine.

Non entrò. I passi le si fecero di vetro, schegge di passi, mentre proseguiva. Procedeva lentamente, le mani nelle tasche, lentamente, per avere lo spazio di pensare, come se fosse stata in viaggio, poiché si sentiva in viaggio. E nel tempo imprevisto della lentezza, nella città che finalmente le sembrava uguale ovunque, rifletteva:

Voglio partire, veramente, voglio andare sulle rive di un lago, grigio di piombo. Cos’è questo rumore che mi entra nelle orecchie dalla strada, cos’è questa pietà che avverto, dalle finestre basse, dalle gonne che incontrano i miei occhi se non li alzo da terra, cos’è questa pietà – e se lascio che si alzino, cos’è che mi commuove, perché devo sentire il petulante tormento delle mosche, è dicembre, morissero! Vorrei andare a comprare dei colori e finire il disegno, vorrei comprare per completare la vita perché così, lo sento, le manca qualche cosa: ma che cosa non so, forse una qualità, una sola e non più di una, quella che non so ancora afferrare e che le manca, sicuro: è quella che adesso si trasforma in questo vuoto.’

Forse aveva soltanto fame e non volendo ammetterlo restava sul marciapiede, a dirsi:

Del resto, so benissimo che è fin troppo presto.’

Non che lo sapesse ‘benissimo’, però sì lo intuiva, per via dello stomaco, vuoto come non le sembrava di averlo avuto mai, neanche quando aveva digiunato un giorno intero prima della prima comunione.

Tra qualche anno, forse, quando sarò più costante e pensosa, allora. Avrò patito qualche vero tormento e porterò vestiti belli, che avrò pagato io, allora: uscirò di casa, come oggi, avrò da spedire una lettera, rimanderò di un giorno qualche appuntamento, sarò libera. Allora. Oggi è troppo presto per rimediare, sono ancora innocente, ho le mani pulite, io, non so niente io, non mi chiedete perché mi guardano così. Che c’entro io. Vorrei sapere solo come si fa, come si sposta il peso, e poi saprò. Sarò libera, allora, quando uscirò dalle mie voglie, quando lascerò la clandestinità che mi preme sotto i vestiti, dentro il maglione, dentro le calze, senza che io sappia rispondere; a testa alta voglio andare, come il mio cane quando annusa l’aria. Allora, non ancora, non ancora ora, che sto prendendo la rincorsa.’

Notò prima la kenzia, poi il cancello. La pianta era più grande di quella che sua madre teneva nel salotto; ma era pur sempre la stessa, identica, tanto che le venne da pensare come in quello stesso momento tante figlie di quindici anni stessero entrando in tanti portoni, muovendo, dopo un più o meno breve percorso, lo sguardo da una kenzia a un’altra, e tutte per andare a fare la stessa cosa che stava andando a fare lei, e tutte come lei credendo di compiere qualche cosa di isolato e di incognito; e invece tutte, tutte, non facevano altro che eseguire un movimento previsto e niente affatto isolato e men che meno incognito: se in quel portone o in questo, poco importa.

Preceduto dal tonfo sordo dei passi in quel momento l’uomo arrivò: erano di fronte. Non poteva non vederlo, adesso, e certamente subito si sarebbero parlati. Tutto le parve già accaduto.

Se avesse conosciuto la domanda, allora avrebbe risposto ringraziando e sarebbe fuggita. Tolse una mano dalla tasca, si ravviò i capelli, si disse:

Ovunque io sia, ora, non sono né all’inizio né alla fine di niente.’

Soltanto questo la aiutò a seguirlo, a entrare nell’ascensore. Come furono accanto, in quello spazio stretto, riflessi entrambi nello specchio gelido e pulito, le piombò addosso la sensazione di essere dove voleva: ma lo sguardo di lui era lo sguardo di uno sconosciuto, pericoloso e anonimo più del necessario.

Desiderava con tutta l’anima di svenire: perdere i sensi, ecco quel che voleva. E svegliarsi coi sensi riacquistati, senza fatica: un mancamento per mancare a se stessa, alla promessa di sé.

Sentendosi affogare, sorridendo in accordo alla superficie delle cose, si accorse di colpo di non avere alcun ricordo. Niente. Neanche di quelle ultime ore. Aveva, sì, la cognizione di curve, rettilinei, discese, ma non avrebbe più saputo dire quali, dove. Mai più, ne era sicura. Così com’era certa di sapere pensare, di aver pensato, anche soltanto pochi istanti prima; eppure le pareva di non avere più pensieri, di non pensare più, da mesi.

Senza pensieri, senza ricordi, non possedeva che il deserto dentro, la mano in una tasca e un sorriso altrui sul viso. Non si aspettava questo e questo aveva. Lui taceva.

Ma che stupidaggini,’ si disse, mentre sognava di arraffare quel mattino e portarselo via per disegnarlo poi, con calma,

che stupidaggini… Ma non volevo forse proprio questo, io? Non era questa l’estasi, quel che cercavo di nascosto, mentre quest’uomo mi guarda in faccia convinto di qualcosa: e perché non dovrebbe?’

Perché mai tutti, come lei, avrebbero dovuto diffidare, sentirsi sull’orlo: e di che cosa, poi?

L’ascensore, come poco prima l’autobus, arrivò. Tutto aveva una meta, quel giorno, un percorso con una destinazione alla fine, tutti gli oggetti compivano le proprie traiettorie senza incertezze. Lei sola sembrava lasciarsi corrompere dal tempo, che sentiva scorrere con una frequenza autonoma e un andamento selvatico e scontroso; solo di lei controllava lo sguardo e il respiro, solo la voce abituale di lei aveva sostituito con un’altra che non poteva riconoscere, poiché non conosceva, e che restava a ogni buon conto muta.

Sul pianerottolo pensò:

Se supero questa porta mi riempirò di rughe’.

Pensò anche:

Se non sorriderò davvero, entrando, mi crolleranno addosso tutte le case che avrò, in seguito, nel mondo’.

Pensò questo e altro: e stava per capire di avere ancora soprattutto un cuore, pensieri da pensare, insomma di essersi salvata per il momento, pensava, quando lui le tenne il braccio sinistro con la destra, la fece passare avanti a sé e richiuse la porta alle sue spalle. L’appartamento era vuoto solo da pochi giorni, da quando il padre di lui era partito, e di già aveva l’odore della muffa.

É l’odore che si sente prima di morire.’

Questo pensò. E seppe in quel momento che non ci sono, no, immagini in successione, niente film della tua vita che ti scorre davanti agli occhi, bensì solo un odore, un unico odore penetrante segno di un altro più avvolgente e secco, più spumoso e più funebre, come quello che si sprigionava ora dalla carta da parati di quei muri, abbandonata, stesa, rinsecchita, tana di carta di infimi ragnetti che si nutrono di polvere nella polvere in cui vivono. Poteva quasi vederli. Avrebbe potuto disegnarli, più tardi, anche a occhi chiusi. Non adesso, però. Adesso non poteva andarsene. Era fatta.

Era uno scherzo (questo lei non sapeva, né poteva saperlo), era il destino ad aver scelto lei, che avesse preso lei e non un’altra, ad averle mandato quell’uomo e non un altro. Un uomo! Poco più che un ragazzo, in verità, ma che poteva dire già di ricordare cose avvenute prima che lei nascesse. Le era sembrato sufficiente a farne un uomo. Il destino o uno scherzo: che tutto stesse per succedere davvero, lì e non altrove, a loro e non ad altri e soprattutto a lei.

L’appartamento era più o meno come se l’era immaginato: abbastanza qualunque da non potersi imporre al suo ricordo per troppo tempo, con quei colorini smorti e in eterna – supponeva – penombra; i pavimenti, in marmo bianco e rosa, parevano di grasso congelato. Ne ebbe una nausea lieve, che subito respinse. I mobili però la rincuorarono: pochi e senza dubbio vuoti o quasi, antichi dell’antichità in contanti, le dicevano:

Non ricorderai, non ricorderai, non saprai più né dove né quando. Ci ritroverai in altre case, un giorno, e nessuno ti spiegherà perché; nessuno ci sarà per confortarti e sentirai finalmente pesarti gli anni nelle ossa. Per sempre, sempre, sempre, e non saprai perché…”

Sentiva il desiderio di andarsene in cucina a farsi un tè e prepararsi un uovo à la coque e andarselo a mangiare in balcone – se mai ce n’era uno – con un cucchiaino d’argento.

Voleva essere sola, soprattutto.

Voleva avere caldo, spogliarsi sì, ma per il caldo, voleva un foglio di carta e una penna, ma non avrebbe scritto. Si sarebbe seduta a un tavolo, che fosse stato sotto una finestra!, e avrebbe preso tempo, quello che non prendeva mai. Seduta, chiusi gli occhi, avrebbe camminato col pensiero nella mente e solo allora sarebbe ritornata alla casa, al tavolino sotto la finestra, agli occhi, e avrebbe disegnato. Quei ragnetti malefici o soltanto la linea della sua paura, una sottile linea nera che avrebbe attraversato il foglio, da sinistra a destra, tagliandolo in obliquo in parti diseguali. Ci dovevano essere, in quella casa grande e ricca, un tavolo e un uovo, un balcone, una finestra e un foglio, un cucchiaino. Gesù, se dovevano esserci: tutto doveva essere normale, e quella, quella doveva essere la vita.

Aveva già dimenticato – quasi – la presenza di lui, quando venne investita in piena bocca dello stomaco da uno dei suoi baci. Li conosceva bene, non ne voleva affatto: aspettava l’ignoto, voleva togliersi la pelle. Girò la testa, la faccia, contro il muro, scivolò di lato, si tolse di mezzo. Le finestre, notò con dolore eccessivo, erano chiuse, le serrande abbassate. Lui continuava a non parlare, nemmeno adesso. Si limitava a osservarla, allontanandosi: sembrava che le stesse prendendo le misure. Tentò di concentrarsi sul rumore che facevano le automobili (poche) cinque piani più in basso. Come palle sopra un biliardo nuovo rotolavano più che correre. E nessuno che ascoltasse una radio, nessuno. Si sorprese a chiedere:

Non ci sarebbe un po’ di musica?”

Subito sentì come la sua voce rimbombasse inesatta nella stanza. Quella voce che da allora in poi non le sarebbe appartenuta più, se non di rado. E poi, naturalmente, la musica arrivò spegnendo il silenzio senza rimedio, più imprecisa della sua voce, più inesatta che altro. Le note aumentavano e calavano, crescevano e cadevano, avrebbe detto che stessero crollando in quello spazio in cui non si trovava. Un fragore di percussioni le portò la visione di una chiostra di denti in procinto di mordere: ma non lei. Perché lei, eccola la conquista: lei era forte. Più della tromba tagliente che le dava i brividi – aveva anche freddo, davvero, in quella casa così vuota di vita – era forte, e chi poteva contrastarla, frapporsi tra un giorno, questo, e tutto il resto del tempo? Lei soltanto poteva: ma non lo avrebbe fatto.

Quando lui le parlò lei gli sorrise, sperando che non si fosse reso conto che non aveva capito una parola. Sorrise per distendersi, per piacergli, per augurarsi buona fortuna.

Va bene?”

Fu costretta a confessare la sua assenza, a chiedere che cosa, scusa.

Io mi faccio una doccia – va bene?”

Sì,”

dette un colpo di tosse, si schiarì la voce che le si era arrochita,

immagino di sì”.

Come fu sola si accorse suo malgrado di averne, di ricordi; pochi, precisi, ordinati, tanto che si stupì di averli persi poco prima. Rincuorata, si guardò intorno. Di fronte a un divano – scomodo, rosso scuro, spigoloso – un tavolino basso in vetro e legno e un cesto di riviste. Alle pareti una foto di lui da ragazzino, due o tre quadri e una libreria, con i montanti di metallo nero e gli scaffali opachi di legno marrone; d’angolo, sotto la finestra (chiusa) la scrivania, e una sedia. Sapeva – e aveva ragione – che a quella scrivania lei non avrebbe disegnato mai e che mai avrebbe letto anche una sola pagina di un libro che venisse da lì. Si sentiva rinchiusa: andò ad aprire la finestra ma due sbarre sottili correvano di lato alle serrande. Le tornarono i brividi. Sentiva nemico quell’acciaio, messo lì più per impedire di uscire che di entrare. Ma a chi? Un antifurto al quinto piano? Che assurdità. Armeggiò per sbloccarle, senza troppa convinzione né esito, e armeggiando comprese le mosche di dicembre, il loro tormento e la loro ispirata pietà.

Per l’ennesima volta, in quel mattino che più che interminabile sembrava non iniziare mai, si chiese se non fosse possibile che la vita le concedesse, almeno una volta ogni tanto, una pausa, una sosta, come un’ansa tra i giorni per sedersi e aspettare sé stessa, senza preoccuparsi per le cose e per il senso delle cose.

Fu allora che accadde.

L’acqua smise di scorrere, la maniglia brunita della porta del bagno si piegò verso il basso con un suono stridente e le tornò la nausea.

Passò in rassegna tutte le cose che aveva visto, scorto o guardato da quando aveva aperto gli occhi quel mattino e tutte le rivelarono la loro profonda oscenità, il loro crudele e sciatto apparire. Paste rotonde e opache sul bancone del bar dove aveva fatto colazione, spazzolini da denti intatti e ritti nella vetrina della farmacia, la sigaretta furtiva dell’autista dell’autobus che l’aveva portata fin lì, le coppie che aveva incontrate per via: misero, mesto, il mondo; il mondo grondava squallore e la impiastrava tutta, dentro e fuori. Se non avesse mai amato sarebbe stata salva. Con i sensi in disordine si vide salva dalla vita ed eternamente morta. Niente nemici, niente paura.

Sedette sul divano.

Fu allora che accadde veramente.

Prima che potesse rendersi conto che stava succedendo a lei, e prima ancora, prima che potesse rendersi conto che stava anche solo semplicemente davvero succedendo, e proprio lì, proprio in quel momento in cui lei era, senza dubbio e nonostante tutto, esattamente viva, lui, in perfetto silenzio, ancora umido e con indosso niente altro che un ruvido e anonimo accappatoio blu, le andò vicino, le si sedette accanto, le mise una mano sulla schiena e le abbassò la cerniera lampo.

Lei cercò di parlargli, ma in parte non sapeva cosa dire, forse voleva dire:

No, non così di fretta!”

o invece:

Sì, ma non in questo modo…”

o ancora:

Lasciami, e lasciami parlare!”

Oppure che la facesse stare zitta, ma non di quel silenzio, lo sapeva lei come, o magari va bene, non lo sapeva affatto, ma così no così no questo no non così, e che aprisse la finestra, e togliesse quel disco, e ne mettesse un altro, e accendesse una luce, e non mettesse niente, e non togliesse niente, e non sono io questa, e stesse fermo ti prego resta fermo tu stai fermo ti prego un momento uno solo, cercò di parlare ma non fece in tempo perché mentre cercava di capire che cosa gli volesse chiedere davvero l’altra mano di lui le piombò sulla bocca che non aveva fatto in tempo ad aprire e con un movimento molto violento e niente affatto forte la distese a faccia in sotto sul divano, con il vestito oramai calato che le bloccava i polsi, con la bocca schiacciata contro il cuscino bianco comparso dal nulla che lui le premeva sul viso come una pietra, con il corpo di lui pesantissimo che la teneva ferma con l’altro braccio dalla nuca in giù, e lei poteva solo sollevarsi di poco dalla saliva che le usciva a fiotti, tra i denti che non si sarebbero spezzati e la lingua molle, poteva solo sollevarsi ma di poco, pochissimo, e già doveva essere troppo perché allora lui sibilava:

Mordi il cuscino e non urlare. Piantala. Stai buona”.

Così lei fu costretta a capire che quel giorno se tutto le sembrava un incubo era perché lo era, e poi nemmeno, perché se apriva gli occhi non si svegliava affatto e il buio non finiva, dio quel buio di stoffa e piume e di saliva e lacrime, che le uscivano a fiotti insieme a certa bavetta dal naso e dalla bocca che le ricordò quella delle lumache quando le schiacci con il piede; e intanto anche sangue le usciva, no, non da lì, non da dove se lo era aspettato dopotutto, non da lì, da qualche altra parte laggiù, da un dove che non sapeva nemmeno di possedere, non così comunque, non così, non così tanto né con questo male ignobile, duro, cupo, che le sfondava per prima cosa gli occhi e dopo il cuore e dopo il resto.

Basta che non diventi cieca.’

Questo osò chiedere, ma a chi. E poi, mentre affogava nei propri ignoti liquidi,

Per favore…”

disse, ma lei per prima non lo sentì: e come poteva, se lui urlava, lui, non lei, ne era certa, lui le urlava e pesava e le soffiava e gridava sillabe senza senso e poi di nuovo le pesava e dentro e addosso e non smetteva di pesarle e schiantarla, zitta diceva, zitta, e come se non fossero bastate le lacrime, la saliva bavosa, il muco e il sudore gelato, e il sangue, gli intestini le esplosero, e poi tutto finì.

La nuca libera, la schiena libera, di colpo.

Lui le passò davanti agli occhi: li aveva ancora e ancora le davano uno sguardo, al quale era consegnata, da quel momento in poi, per sempre. Bocconi, le vertebre una per una doloranti, ne vide solo le ginocchia e i polpacci, scuri e pelosi, e poi gli stinchi e le caviglie e i piedi coperti da calzini di filo beige.

Non sapeva da quanto tempo ma di nuovo l’acqua scorreva, da qualche parte, in fondo alla casa. Aprì la gola.

É il contrario di un miracolo.”

Si disse, a bassissima voce.

E io – non morirò, non morirò mai più.”

Voleva piangere, voleva respirare, ma i polmoni le erano crollati, il corpo intero le era crollato in petto.

No, non morirò mai più.’

Questo pensò, prima di non morire.

Ringrazio Collane di Ruggine (qui http://collanediruggine.noblogs.org/gallery/3044/ruggine.pdf potete scaricare l’intero primo numero della rivista) e reginazabo per avermi chiesto di ripubblicare  questo racconto, già uscito in Giorni Violenti – racconti e visioni neo-noir, Datanews, Roma 1995.

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In ogni caso nessun rimorso
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9 risposte a CARNALE

  1. anna maria ha detto:

    ripensandoci (eh sì… perché non solo penso ma a volte ripenso pure).
    non so se sia solo potere ma è vero quello che tu sostieni “stuprano perché pensano di poterlo fare” un atto di forza per prendersi qualcosa che è loro.
    fa venire il vomito. in qualsiasi modo la penso.

  2. anna maria ha detto:

    ti ho sentita parlare mentre ti guardavo negli occhi e mentre tu muovevi la vita. non ho letto molto di tuo. di così mio. a parte le singole parole. a parte loro, bellissime. c’è un’angoscia così nota da risultare offensiva. così nota e ‘comune’ da diventare una festa. un luogo comune (nient’affatto comune) di incontro.
    ti cito laddove bruciava la pancia:
    <>

    • UtoFia ha detto:

      Grazie di essere passata a leggere: è cruciale chiarire che in uno stupro non c’è niente si sessuale. Stuprano solo perché pensano di poterlo fare, ci riescano o meno. E’ solo potere. Ti abbraccio.

  3. manginobrioches ha detto:

    Bellissimo. E’ la nostra ordinaria violenza, senza violenza apparente: la violenza di non morire.

    • La Lolli ha detto:

      Il sogno? Passare da ordinaria a straordinaria, da straordinaria a impossibile, da impossibile a inesistente. Ma così è, ancora. Poi una la scrive e – si va avanti, ci si affila, si impara a rimanere morbide. Tra uno spigolo e l’altro. Un bacio.

  4. le solitudini e le paure che non ti indovini,perso dietro alla carnalità bestiale. Non si muore mai più perchè si muore sempre.

  5. Lorenza Bohuny - Paolina Fillacanevo ha detto:

    Ecco perché eri silente.
    Sto scoprendo questo sito/meraviglia e mi sciolgo a pensare che ti abbracciai e ti baciai. E che siamo state a ridere come pazze e che tu conquisti con un’occhiata.
    E poi uno ti legge e pensa: quella sera o mattina o pomeriggio quando hanno avuto la brillante idea di concepirti (non è importante chi, adesso!) ci deve essere stata una congiunzione potentissima di stelle e di profumi e di suoni.
    Poi dicono che i miracoli non esistono!!!! Puà!

    • La Lolli ha detto:

      Cara Paolina, dì a Lorenza che non solo ci siamo abbracciate e baciate, non solo abbiamo riso come pazze, ma la cosa è avvenuta più di una volta e sono pronta a rifarlo e anzi spero che riaccada presto. Sul concepimento: ignoro il quando con precisione ma sul chi, su quello ho pochi dubbi, vIolenti o nolenti.

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