SETTANT’ANNI DI DESERTO

Nel sogno c’è sempre qualcosa di assurdo e confuso,
Non ci si libera mai della vaga sensazione ch’è tutto falso,
che un bel momento ci si dovrà svegliare.”
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, prima edizione 1940


Un pomeriggio, oltre vent’anni fa, a Milano, a casa di amici di amici di amici, conobbi una giovane coppia, molto graziosa. Lei era incinta del loro primo figlio, lui aveva da poco firmato un contratto con una casa editrice (mi pare di ricordare Vallardi). M’invitarono a casa loro, la casa nuova e più grande in cui presto sarebbero andati ad abitare, e andammo.

Il palazzo, oltre il portone alto e imponente, aveva un atrio altrettanto grande e maestoso, moderatamente illuminato, con marmi (ricordo del nero e del verde) e, credo, anche due colonne. Una guida ricopriva i pochi gradini fino all’ascensore. Impressione generale: ricchezza ma anche non ostentazione e solidità, meglio sobrietà. Le porte d’ingresso agli appartamenti erano, naturalmente, in legno, non ancora antiche ma ben tenute. Diciamo serenamente vecchie e curate. All’interno il silenzio classico delle case non ancora pienamente abitate; scatoloni di libri e d’altro ancora da aprire, una scala, qualche seggiola, un tavolo, forse una poltrona: e bicchieri di vetro, da cui bevemmo del rosso sfuso comprato in fiasco prima di salire (la peste delle enoteche non aveva attecchito del tutto e potevi trovare ancora qualche semplice rivendita di vino). Dalle finestre – non era più giorno, non era ancora sera – s’intravedeva una piazzetta con qualche albero, una panchina, il pavé: placata e sonnacchiosa era Milano.

Non ricordo più di cosa stessimo parlando quando mi accorsi di avvertire qualcosa, lì dentro, che mi teneva sul chi vive. Avevo la sensazione che ci fossero molte persone oltre a noi quattro o cinque, non fantasmi, macché, nulla di simile: persone inventate, di cui lì dentro qualcuno ─ qualcosa ─ continuava a parlare, in una sorta di fantastico sussurro. Pur non essendo una che dia troppo credito alle presenze non riuscii a trattenermi e chiesi chi avesse abitato lì prima di loro.

La risposta non mi stupì nemmeno più di tanto: Dino Buzzati. A Drogo e alla sua attesa, in silenzio, alzai il bicchiere. Presto riprese la conversazione e di lì a non molto tutti uscimmo.

Scesi le scale a piedi, con molta cautela. Non si sa mai.

Questo pezzo è dedicato ad Aarctic Hysteria, senza il quale non avrei ricordato.
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In ogni caso nessun rimorso
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19 risposte a SETTANT’ANNI DI DESERTO

  1. ale (aarctic) ha detto:

    siam qua commossi. io e il babau.
    un bacione.

  2. La Lolli ha detto:

    Uh, don Isidro mio, troppi luoghi conservano gesti e passi e eco di parole. Se per ciascuno raccontassi, se per ciascuno segnassi con un accozzamento di caratteri sul foglio/non foglio il loro punto d’apparenza sulla mappa e poi unissimo i punti, che disegno ne sortirebbe? Chi sa che un giorno non lo si scopra, e benvenutissimo.

  3. ecco io lo sapevo che dovevo aspettare, dopo averti rivisto sul network e letto l’incipit.perchè a saper aspettare poi si trovano le attese altrui e questo sentire le “voci” fa di te una sciamana delle parole. Poi è vero che si sentono le “voci” . A Saint Paul de Mausole dove Vincent trascorse il suo ultimo anno di vita è ancora possibile “vederlo” mentre in silenzio dipinge furiosamente.

  4. alessandra ha detto:

    che ritorno in grande stile,
    quante suggestioni traspaiono dallo sfondo di cristallo limpido.
    davvero felice di potere esserti di nuovo vicina,
    ti leggerò tra uno scatolone di libri e l’altro.

  5. La Lolli ha detto:

    Ossignùr, complimentone! Arrossisco (davvero) e torno a scrivere. GRAZIE ♥

  6. sofilo ha detto:

    Concisione stupefacente, si intravede una nuova alba narrativa.
    Complimenti.
    Che i luoghi trattengano le voci è certo da sempre: per centinaia d”anni si potè sentire le voci della battaglia delle Termopili.

  7. mariellatafuto ha detto:

    I luoghi conservano la memoria, ne sono sempre stata certa e tu me ne dai in qualche modo conferma. E conservano le presenze. A Largo del Rosso, che era il mio vicolo, Kirù continua a scorrazzare, e tutti quelli che ci hanno vissuto e che hanno avuto la fortuna di morirci prima che il bradisismo lo zittisse, lì continuano a vivere. Le loro voci restano impresse nell’anima di tufo delle case. Anch’io sono felice di rileggerti. Per poterti seguire linko questo ‘luogo’ al mio vicolo.

  8. nicola ha detto:

    Finalmente ti rileggo! Un caro saluto

  9. Andrea Rényi ha detto:

    Fiamma Fiamma, io ho trascorso la mia infanzia nella casa che era stata di Imre Kertész.

  10. manginobrioches ha detto:

    Meraviglia! E pensa che in fondo continuiamo a leggere per sentirlo meglio, quel sussurro che crea persone, mondi, porte che danno su scale che danno su passati e futuri indisturbati.
    Però è pure vero che ci vogliono occhi e orecchie, per vedere e sentire l’invisibile.

    • La Lolli ha detto:

      A leggere per sentire meglio il sussurro di chi ha scritto e dunque continua a scrivere, a scrivere per creare persone, mondi, porte, scale, passati e futuri che sussurrano. Il tempo è circolare, come gli occhi; il tempo è una spirale, come le volute delle orecchie. Meraviglia tu.

  11. anna maria ha detto:

    io con irruenza ti ritrovo. felice di leggerti. felice di mondi umani che si incrociano.

    • La Lolli ha detto:

      I mondi umani si incrociano, quelli disumani si scontrano. Entrambi con irruenza: ma nel primo caso si precipita dentro l’altro, nell’altro contro: e non restano che rovine. Felice anch’io, mia bella.

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