DORME

Dorme.

Dorme lo sciocco, il vanesio, lo sfiorato. Dorme la disperata, la scoraggiata, la rotta. Dorme lo sfrontato, il cafone, il protervo. E dorme la prima, l’arrampicata, l’apparente. Dormono e non sognano, e non desiderano, sprofondati atterrati sepolti, dormono di un sonno panico, totale, predigerito premasticato preespulso, senza visioni. Dormono a morsi, a fette grasse, a bocconi che non li strozzano, gole larghe, anelastiche, dormono ingoiando il proprio stesso sonno, nutrendosi di sonno, dormono e non riposano, dormono senza letarghi e senza primavera a prima vista. Dormono conclusi nel proprio corpo ripieno e anche nei corpi altrui, senza confini senza rispetto, sfacciati, invadenti, dormono invasi e si ritengono soddisfatti, dormono sazi di una fame ignorata, ignoranti dormono, pieni di sé senza avere un sé e senza sapere di non averne uno né due né altro, dormono privati nel loro pubblico dominio, dormono.

Dorme.

Dorme il sapiente, il saccente, il saputo. Dorme beato nel suo sonno premiato, scritto, letto, imparato a memoria da chi della memoria non ha che farne, e dorme anche questo, smemorato immemore, nel letto del Lete oramai in secca dorme, come un sasso tra i sassi del fondo, dorme fino in fondo, dorme fino alla fine del mondo.

Dorme annaspando, ronfando, russando, sibilando, con minuscole bolle di saliva agli angoli delle zanne solo ora non ancora feroci dorme, digrignando i denti dorme, boccheggiando dorme la sua lingua e il suo palato, e dormono la carotide, la tiroide e la tirannide, ghiandole che secernono secreti che non sa trattenere e che emana come un’aura di buio.

Dorme la sua femmina, più sua che femmina, tanto più sua quanto meno femmina, dorme accanto al suo maschio senza chiedere, chiedergli, chiedersi. Appena protetti dall’inverno da una fitta rete d’inchiostro raggelata in corpo fra strato e strato della pelle li ricoprono entrambi ricami di tribù immaginarie, ideogrammi dal significato sconosciuto, ingiusto o peggio falso, ippogrifi travestiti da pegasi e pegasi da ippogrifi, croci, croci celtiche, croci di malta, calcina e cemento, croci armate, crochi, crocicchi di filo spinato sul cuore e sul culo, madonne, mamme, figli e figliole, spiriti santi, uccelli, sole, lune, draghi sputanti fuoco e fiamme, cartigli con rose spinose e sanguinose, occhi di Iside, Osiride e Perfide, chine di porfido tatuate a rivoli su bicipiti, occipiti e popliti, dormono.

Deluse, collusi, illuse, allusi, dormono. Dormono grevi di sonno greve, letterati e allitterati, illetterati e ignorati dormono tra le parole che nessuno ricorda, quelle che nessuno conosce e quelle che nessuno è più interessato a conoscere. Tracciano i loro fianchi figure retoriche nell’ombra e a suon di parabole ascendenti e discendenti tramano fittamente boschi di radici perdute, rovesciate, rinvenute esanimi tra gli innumerevoli bivi di un cammino perfettamente lineare, e in discesa.

Dormono tutti e ciascuna, di un immenso e unico sonno dorme tutt’intero il paese minuscolo.

Noi, qui, sovversivi, desti restiamo a sognare il risveglio. Perfino il nostro, il nostro, addirittura.

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In ogni caso nessun rimorso
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