DIECI SECONDI (non un racconto, solo una storia del 2009)

Qui tutto bene. Più o meno, sicuramente meglio di tanti altri. La casa ha avuto lesioni (crepe, calcinacci, cocci) di poco conto: o così ci resta da sperare, perché non un vigile del fuoco né un protettore civile (pur chiamati al telefono alle 15 e 28 del 14 dicembre) si è visto né sentito. A tre chilometri da qui è stata dichiarata inagibile la locale scuola materna ed elementare: per sicurezza è meglio che i bambini restino a casa. Che poi la casa in cui farli restare sia sicura, questo non si sa. Quel che è sicuro è che diluendo la concentrazione dell’infanzia – dall’edificio scolastico comune ai tanti edifici abitativi individuali – diminuisce percentualmente la probabilità di danni.

Lo ammetto, è stata una pessima avventura. Non sono nuova ai terremoti – figuriamoci, vivo in Umbria dal 1989, e prima ho vissuto in Nicaragua e prima ancora, nel 1976, ho fatto parte dei soccorsi in Friuli (Lele, fratellino mio, ti bacio una volta di più) – ma questa è stata la prima volta che mentre me ne stavo rannicchiata sotto la trave maestra con le mani sul capo a contare i secondi (”se quasi dieci / vi sembran pochi / provate voi ad aspettar”) sentivo intorno a me il rumore dei libri che crollavano dagli scaffali, delle cose che si schiantavano a terra in bagno e, in camera da letto, delle bottiglie che andavano in pezzi: la mia noncollezione di vetri – inchiostri, profumi, liquori, sciroppi, tinture, gazzose – che aveva finora sfidato ogni sisma mi ha tradito. E intanto contavo e aspettavo che la scossa finisse per poter imboccare le scale e raggiungere il piano di sotto e da lì la porta di casa e da lì fuori, fuori, è finita. Ma non finiva mai, e tutto tremava e scrollava e rombava. E poi sì, poi ho capito che era andata, che la casa era viva e io con lei e potevo lasciarla. Son corsa fuori, scendendo le scale in volo (non ricordo di aver toccato un gradino, mentre ricordo di essermi aggrappata al corrimano come una cieca), e solo fuori, solo all’aperto, solo guardandoci in faccia con i vicini e contandoci – sì, c’eravamo tutti, e chi non c’era sapevamo dov’era – mi sono accorta di sentire un freddo belluino. Ero uscita senza calze, senza un maglione, in pantofole. Per forza, stavo per farmi la doccia. E non avevo preso il cellulare, e non potevo telefonare ad A. e rassicurarlo. E per dirvela tutta dovevo anche fare pipì.

Per quasi un’ora non ho avuto coraggio di rientrare (A., chiamato dal cellulare del vicino previdente che aveva fatto in tempo ad acchiapparlo prima di precipitarsi all’aperto, non s’era accorto di nulla al piano terra dell’Università, quanto alla pipì l’ho sbrigata agilmente, diamine, siamo in campagna), poi ho deciso che potevo osare. Ho salito i gradini, ho aperto la porta, ho guardato. La gatta di casa era tranquilla – tranquilla, sì, ma mica scema: se ne stava sotto il tavolo di pietra – e lì in cucina (sulla cucina s’apre la mia casa) erano cadute poche cose e tutte su se stesse, sui mobili cioè, e non a terra. Ho afferrato una giacca, un paio di scarpe e sono rischizzata fuori. Più tardi, quando finalmente è arrivato, A. mi ha costretta a fare il giro di ogni stanza, scale e piano di sopra compresi: il sottosopra, infatti, era lì. Il letto, ancora sfatto, spolverato di calcinacci, il pavimento coperto di vetri, i libri in ordine più che mai sparso a terra nello studio; e crepe alle pareti, poche e piccole ma ci sono; poi siamo scesi due piani, giù fino in cantina, e lì ecco l’intonaco caduto dal muro, che sarà stato anche vecchissimo ma non rassicura. Infine mi ha aiutata a vestirmi – non trovavo niente, più mi rilassavo più mi tornava la paura – e finalmente mi ha portata a mangiare fuori, perché ore prima avevo chiuso il gas, l’acqua, la corrente, tutto, e chi se ne frega se il pranzo quasi pronto era andato in malora.

In trattoria, a un’ora impossibile per la rurale normalità umbra, ci hanno trattati da re e ci hanno offerto il caffè, tutti eravamo spaventati – chi più chi meno – e poi… e poi siamo tornati a casa. E avevamo freddo, ma non ce la siamo sentita di accendere il fuoco nel camino (e se ci fosse stata qualche lesione nella canna fumaria?), e abbiamo cominciato a spazzare i vetri e i cocci. Di dormire nel nostro letto, al secondo piano, non se ne parlava nemmeno. Ho organizzato l’automobile come ai ”bei tempi andati” del 1996 e 1997: a destra libri, occhiali, torcia, carta, penne; di fronte acqua, fiaschettina di rum (servirà a qualcosa essere appena tornati da Cuba!), guanti, aspirina, cerotti; a sinistra frutta, fazzoletti; sul sedile di dietro coperte, maglie, maglioni, mutande, calzettoni e calze di lana, sciarpa, cappellini di pile e di lana; nel bagagliaio i sacchi a pelo. Poi mi sono vestita indossando i miei pantaloni milletasche che contenevano – e contengono – documenti d’identità, postamat, un po’ di contanti, tranquillanti, cellulare, tessera sanitaria, chiavette usb. Infine ho organizzato lo zaino: macchine fotografiche, libretti di risparmio, cd con l’ultimo backup (ahi ahi, non è recente!), tutti gli occhiali da vista e da sole, carica batterie, beauty con spazzolino da denti e medicine, pile di ricambio… Ma alla fine il freddo e soprattutto la voglia di non cedere alla paura hanno vinto, e abbiamo dormito dentro. Non su, però, bensì nel letto di sotto, quello per gli amici. E, per essere pronti a schizzare fuori alla prima avvisaglia, con la porta di casa aperta. Che freddo! Ma come si dice: dalle infreddature si guarisce meglio e prima che dai terremoti. La gatta è stata molto felice: si è infilata sotto le lenzuola e ha dormito in mezzo a noi. Soprattutto ha dormito: io no.

Ogni pochi minuti rivivevo tutto, la scossa e il rombo e il tremore e la paura e i secondi che non passano e il freddo fuori e le facce delle vicine e dei vicini e la paura delle bambine e la voglia di piangere e quella di farsi forza e il telefono che squilla e gli amici da tranquillizzare e le amiche che tremavano con me e la sensazione che la casa non sia più una tua amica ma una crosta inutile che la terra vuole spaccare per riportarti a lei – perché quando le scosse le senti sulla terra sono il suo respiro, il suo sgranchirsi le ossa, il suo stirarsi i muscoli dopo il sonno, e ti fanno bene – e mille altre cose che per ora non dirò: perché abbiamo deciso di partire per il Monferrato, dove gli amici di sempre ci rimpinzeranno di coccole, amenità e buon vino.

Il tempo è circolare, quindi non vi dico ”all’anno prossimo”. Per me quest’anno prossimo è cominciato il 14/12 alle 14.12, quando il mondo NON è finito.

Siate gentili, e a presto.

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In ogni caso nessun rimorso
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