GUIDA ALL’ISOLA – terza e ultima puntata

Forse fu per via delle vespe che iniziarono ad avvicinarsi attratte dal profumo del cibo, o forse fu la sintonia che era andata creandosi tra loro: fatto sta che senza dirsi una parola di slancio lasciarono la mensa e si trovarono di nuovo fuori, nel sole ora più alto e più cocente. Sulla sinistra, su una parete quasi completamente ricoperta di bouganville violette, c’era una targa in memoria di chi “entrato qui da detenuto ne uscì per diventare Presidente”, e davanti a loro il mare, ora appena increspato di onde brevi, che almeno una volta era stato via di fuga e non carcere al carcere dei re.

Sulla destra partiva una scala dai gradini corrosi; con l’oramai consueta cautela la salirono, per sbucare in un punto del ballatoio che, come ogni altro punto, era sempre perfettamente visibile da un unico punto centrale, l’osservatorio della torretta al centro del cortile. Lì, dappertutto, in ciascuna di quelle celle vuote, si era poco mangiato, poco dormito, odiato molto: e lì si era scritto, e sperato, e per molti lì era arrivata la morte. Finiva con un lancio in mare, o con la sepoltura, nell’assolato cimitero, di quei pochi cadaveri cui veniva accordato un ufficiale simulacro di pietà. Gaetano Bresci non aveva conosciuto nemmeno quello.

Qui ha fine la giustizia dell’uomo e ha inizio quella di Dio”

recitava una oramai quasi illeggibile lapide buttata in terra, ai piedi del cancello, tra le tombe crepate e le croci divelte.

Intorno a loro animali minuscoli, insetti, ragni, topi; sopra di loro uccelli stridenti, falchi, gabbiani, rondini, il volo nero d’un corvo: e sotto, molto sotto i loro passi, pesci mutissimi, lenti, solenni. Erano perfettamente soli, a parte insetti e pesci, e uccelli, e un serpentello che sparì tra i rovi. Ovunque intorno impronte di mani, segni di sguardi, orme di pochi sogni, parole ormai svanite, e nomi: di assenti ora e allora, quando chi li scrisse sul muro tremava, riandando con il pensiero alle bocche e all’odore dei corpi che a quei nomi imprecisamente rispondevano. Tentò di articolare un nome, quello di lei, ma di nuovo il silenzio che avrebbe ritrovato al suo ritorno entrò nella sua gola e la strinse con un dolore ottuso, e allora tacque: e riprese il cammino, entrando e uscendo dalle celle.

E mentre entrava e usciva, nella sua mente si andava sgretolando una volta per tutte l’illusione che non esista prigione più inaudita e più ignobile di quella che da soli ci si va costruendo attorno e dentro: perché improvvisamente, e finalmente, fu persino troppo chiaro come ancora più orrenda sia quella che dentro e addosso all’altro può essere costruita, e che ha l’uscita dappertutto e in nessun luogo.

Di fronte all’isola di Santo Stefano c’è un’altra isola, e chi le veda entrambe da una nave che passi all’orizzonte pensa che si assomiglino; equivoci dello spazio. Mentre il tempo, che arrotonda e addolcisce, ha fatto sì che dove una volta fossero pena e neri pensieri fioriscano da tempo finalmente arbusti e nidi, e fiori morbidi e fiori duri: e che nelle profondità del dolore di Maria, che Tommasone ora sollecita a far ritorno al molo, prima che venga sera, riecheggino i primi passi della via per un abbraccio nuovo, atroce e inevitabile.

Scesero da un’altra strada: aggirando la lunga scalinata, presero per un viottolo tutto curve e radici di cespugli di cisto in fiore e rosmarino. Sulla prua della barca che li aspettava, bianca e verde contro l’acqua viola, s’era appollaiato un gabbiano; dovettero battere le mani per farlo volar via, cosa che quello fece lentamente, e forse controvoglia.

Aspettando l’onda giusta per staccarsi da riva sapeva di essersene già andata, ancor prima di salpare; di più, sapeva di non essere mai stata lì; di più, sapeva che avrebbe d’ora in poi rischiato di rimanere per sempre lì, in quei brividi, in quel calore, in quel terrore nascosto nel quale sapeva di essere viva, e non ancora nata.

Il viaggio di ritorno fu più breve, il mare oramai del tutto calmo.


Guida all’isola, collana “Millelire” , Stampa Alternativa, 1998

“[…] Un racconto di Fiamma Lolli, Guida all’isola, l’isola di un penitenziario smesso, descrive un locale già stato del cinema, «ombra dell’ombra: sul muro qualcuno aveva dipinto un telo bianco: non c’era un muro bianco, bensì un muro grigiastro dove era stato dipinto un telone, con tutte le sue pieghe». Ma il brutale realismo della parabola carceraria per chi sta in carcere davvero non gli impedisce di andar dietro all’allegoria. Il carcere è ancora, come sapeva Socrate, un rivelatore per eccesso della società umana «regolare»: a cominciare dalla testa inchiodata sulle ombre televisive, e non più voltata in giro.” Adriano Sofri, In carcere con Socrate, in “Panorama”, 25 giugno 1998


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In ogni caso nessun rimorso
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