GUIDA ALL’ISOLA – seconda puntata


Camminava a testa bassa, al contrario del suo compagno, guardandosi intorno solo con la coda dell’occhio, più per non farsene atterrire che per far attenzione a dove mettere i piedi. Lo stesso sguardo che sapeva di avere avuto pochi anni prima, quando i polsi di un’amica accerchiati dal ferro erano sembrati ai suoi occhi avviluppati da simili alghe: e quando, chiusa l’amica in una gabbia, avevano concesso di abbracciarla, solo un braccio, un po’ di una spalla, una sezione di faccia avevano penetrato lo spazio di aria dura come vetro tra le sbarre. Lo stesso sguardo che temeva di trovare nello specchio dell’ingresso quando, fatto ritorno a casa, avrebbe trovato armadio, cassettone, e letto, deserti per metà. Avrebbe comprato dei fiori prima di rientrare: sì, la prima cosa, fiori per la brocca sul tavolo. E aprire le finestre.

Venite, per di qua si passa”

si accorse che diceva Tommasone senza girarsi, accompagnando il balbettio con larghi cenni delle mani; riscuotendosi lo seguì, lasciandosi andare incontro a quella mostruosa bellezza, a quella vita selvatica e spinosa. Si addentrarono insieme nelle stanze che avevano visto filare e tessere i prigionieri. Tommasone chiamava “giostra” la catasta di fusi e rocchetti immensi, “giostra” i pezzi del telaio e il gigantesco arcolaio;

Guardate, vedete qui, mettete l’occhio ai piedi”

indicava l’isolano ridacchiando, e dovette allungare il passo per raggiungerlo, inseguendolo da un cortile all’altro, da una fila di celle al ballatoio che le riuniva tutte quante in una spirale di quattro piani, e fuori di nuovo per un camminamento invaso di rovi, le more grosse come piccole prugne: e poi di nuovo dentro, un portone, una porta, un’altra e una stanza, infine, incongrua, inaspettata, decorata all’altezza del soffitto da nastri attorcigliati, scoloriti e dipinti a fotogrammi. Il cinema, anche lì arrivato e ora scomparso, ombra dell’ombra. Il muro dove qualcuno aveva dipinto un telo bianco (proprio così: non c’era un muro bianco, bensì un muro grigiastro dove era stato dipinto un telone, con tutte le sue pieghe) era sconciato dai buchi delle staffe: una ancora pendeva, arrugginita, e dal muro occhieggiavano distrutte due prese: la corrente e l’antenna. Solo vent’anni prima il carcere era ancora affollato, dopotutto.

Tornarono verso la costruzione principale: da lì, passando per quel che rimaneva di un portale di legno, entrarono in una sala stretta e lunga, senza finestre, divisa a metà da un arco in muratura sul quale la mancanza di luce aveva conservato le parole:

Il buon prigioniero si vede a tavola”.

E, più in grande:

MENSA”.

L’attraversarono. Tommaso, indicandola col dito quasi avesse potuto passare inosservata, lesse la scritta scandendone le sillabe: la voce rimbalzò sulle pareti, ma subito il silenzio la riafferrò superandola e annientandola, per tornare a posarsi sul vuoto dove un tempo erano state panche e tavole, e rumore di denti e di scodelle. Ora, deserta, soltanto una sorta di altare – e presumibilmente lo era stato – ne occupava uno dei lati corti: e quando, in quella sua mezza lingua inframmezzata di risate e borbottii, Tommasone insisté che mangiassero proprio lì non si oppose, forse per gustare fino in fondo quella disperazione così tanto più grande della sua, così infinitamente più totale e irrimediabile della banale vicenda che si chiama la fine di un amore.

Sedettero perciò sul blocco di pietra, poggiando tutto il cibo che avevano portato – mezza caciotta, una provola fresca, pomidoro – sui tovaglioli di carta che la donnina dell’alimentari aveva maternamente aggiunto nella busta, e passandosi il coltello per tagliare il pane come vecchi amici; Tommaso tirò fuori dai recessi della giacca sformata, una alla volta, una manciata di olive secche, che offrì disponendole con cura accanto al formaggio, e un peperoncino, che tenne per sé, strofinandolo sulla pagnotta spaccata fino a renderla rossa. Poi mangiò, coscienziosamente, dando un morso al pane e uno al pomodoro, uno al pane e uno al pomodoro, salvo mettersi improvvisamente in bocca le olive tutte insieme, ridendo e parlando a se stesso.

Finito il pane iniziò con altrettanta precisione a sputare i nòccioli delle olive nel palmo nella mano, e infine se li mise in tasca uno alla volta, come in un film alla rovescia. Avevano portato anche una dozzina tra arance e pesche, e le mangiarono fino all’ultimo spicchio, quasi il posto avesse conservato il potere tremendo di controllare che nulla andasse sprecato né conservato per un dopo che chissà se sarebbe venuto.

(Continua)

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In ogni caso nessun rimorso
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