GUIDA ALL’ISOLA – prima puntata

“Il solo modo per evitare l’orrore dell’orrore è abbandonarsi a esso.”

Jean Genet

Non c’era molto da dire: lei se n’era andata. Probabilmente non c’era più nulla da dire, e lei se n’era andata proprio per questo; oppure – ancora più probabile – il nulla cominciava adesso, adesso che lei non c’era più. Comunque fosse, non riusciva a restare in quella casa vuota, non subito; perciò afferrò una sacca, ci mise in fretta quattro cose, e partì. Sapeva dove andare: avrebbe finalmente visitato l’isola-carcere in disuso, quella che tante volte avevano avvistato insieme all’orizzonte, dal ponte di una nave, andando altrove.

Salpò con un mare incerto, che fino al giorno prima era stato agitato: la prua veloce cavalcava le onde, le tagliava, le tramutava in nastri di schiuma bianca che finivano a perdersi sui lati. Ancora non sapeva cosa cercare nella casa di pena ormai deserta: forse la prova che qualche cosa sempre sopravvive alle catene, alle cancellazioni, ai disastri. Chi aveva progettato il penitenziario e diretto i lavori, anni più tardi in quello stesso luogo aveva conosciuto la morte, carcerato per debiti di gioco. Così almeno diceva la cronaca del tempo, tacendo la lampante verità sul conto dello sciagurato architetto: vittima della sua stessa mente aveva quella volta ordito una Maia eccessiva e ossessiva, che non poteva non schiantarlo sotto il proprio peso.

Da questo schianto, da quelle rovine voleva sapersi allontanare.

Attraccando, le torrette di guardia accolsero il suo sguardo con la prima sorpresa: non chiavi, né resti di chiavi, non porte divelte dai cardini o serrature dimenticate, ma cataste di reti contorte, di ferro smangiato. Più in alto la prigione aspettava compatta, nel sole, il suo corpo abbandonato di amante, il suo corpo senza sosta di animale in fuga; e iniziò a inoltrarsi tra i rovi e le ortiche sentendo che non sarebbe mai più stato possibile comprendere né perdonare, ma solo farsi possedere.

Dalla pietà voleva sapersi in salvo.

E mentre – salendo gradino dopo gradino la scalinata di pietra che dall’attracco conduceva al carcere – iniziava a scorgere le porte sfondate e i muri che un equilibrio tremante e provvisorio tratteneva dal crollo sentiva d’essere un fantasma, e che passando si sostituiva ai fantasmi assenti di troppe detenzioni; e nello stesso tempo si accorgeva che, per quanto avesse mai potuto percorrere, e salire, e scendere, e addentrarsi, e ritrarsi, per quanto avesse mai potuto o saputo consegnare al proprio sguardo incredulo, mai avrebbe reso tangibile ad altri che a sé l’aria di vento e calce, il silenzio che rimbombava nella fortezza, l’odore lievissimo degli uccelli morti nel labirinto dei letti blindati al pavimento delle celle del primo raggio, di cui non erano stati in grado di trovare l’uscita.

La scalinata, scavata nella pietra, sembrava non finire mai; fu solo quando l’ebbe percorsa fino in cima che si rese conto di come prima di allora più d’uno ne avesse maledetto ogni gradino, e che pure era stata una mano umana – umana – che li aveva scavati, uno per uno. Sapeva, per averne sentito parlare la sera prima, quando tra le viuzze del porto aveva cercato un barcaiolo disposto ad arrivare lì, che fino a pochi anni fa, in una cella senza più soffitto, affacciata sul cortile, si potevano trovare in un mucchio lenti spezzate e occhiali rotti, e che negli angoli più in ombra si potevano ancora contare i segni sul muro, sei verticali e uno in diagonale a tagliarli, con i quali, più vero del vero, un ignoto dannato s’era contato i giorni. Sapeva, ma tremò quando li vide.

Compagno dei suoi passi era Tommaso, Tommasone come lo chiamavano sull’isola grande alludendo al suo corpaccione sformato in cui alloggiava una mente di bambino malcresciuto. Chiuso dietro un sorriso che pareva sdentato più di quanto non fosse, Tommasone aveva accettato, come sempre faceva, di accompagnare “di fronte” l’ennesima anima in pena, e ora che erano lì andava raccontando nella sua lingua oscura, per metà dialetto e per metà abitudine a parlar solo, cose dell’isola che l’isola stessa ignorava: come, ad esempio, ci si potesse arrivare in compagnia d’una vacca, e pascolarla in solitudine nel vento sonoro dell’alta costa fiorita di cardo e di ginestra, osservandola con lo stesso sguardo riservato ai carcerati in catene, ai carcerieri lividi, ai parenti travolti dalla distanza a ogni notizia di pacco sventrato, a ogni lunga ed estenuata attesa tra una visita e l’altra.

Tommasone sapeva tutto questo. Da quanti anni, cinquanta?, da quando da bambino era “caduto” (altro non era dato sapere delle cause di quello stato stuporoso in cui viveva, e per il quale nel paese a mezza bocca, e senza alcuna coscienza di crudeltà, lo dicevano scemo), non aveva fatto altro che mestieri. Da solo per lo più, separato dai coetanei da una sorta di cupa maturità e dai più adulti dalla stessa, che quelli chiamavano pazzia. Non che vivesse male, no: rimasto solo, morti i genitori, campava benvoluto da tutti affittando le stanze della sua casa troppo vuota ai turisti, con i quali era molto cordiale, manifestando gran gioia ogni volta che gli riempivano le stanze di bikini, di libri, di voci, e di un poco di soldi che non fanno mai male.

Procedevano tra le pietre e gli sterpi a passi uguali, ciascuno assorto in una visione personale. Sembrava che, passo dopo passo, alghe invisibili afferrassero entrambi alle caviglie, quasi che il penitenziario non sorgesse nel punto più alto dell’isola, essendone insieme vendetta e corona, ma anzi ne fosse l’Atlantide, il dolore sommerso, nel quale i due erano sprofondati inavvertitamente, e ora ogni spostamento del piede e dell’occhio fosse un riemergere, un tentativo di conquistare il privilegio del naufrago che, voltato il capo verso il mare da cui s’è strappato a forza di braccia, finalmente dica:

“Quel blu odoroso di onde era il mio inferno.”

(Continua)

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In ogni caso nessun rimorso
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2 risposte a GUIDA ALL’ISOLA – prima puntata

  1. Valentina ha detto:

    spero che tu abbia già pronte le prossime novantanove puntate…

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