IN PIENO

[…] e invece è soltanto

un brandello di bufera.”

Wisława Szymborska, Tutto

tradotta da Pietro Marchesani



Vuoi guardare? Guarda. Vuoi vedere? Questo è già molto più difficile. Occorrono lampi portatili, labirinti di tasche, illuminazioni lungamente attese (ad averne di improvvise son bravi tutti), occhi fisici ben chiusi, occhi d’aria ben aperti. Visioni, non immagini.

Vuoi sapere? Ne dubito. Sei disposto ad abbandonare l’abbraccio del reale, così mortale, così rassicurante? Allora fallo. Non sarà leggerezza quel che troverai, non assenza di peso ma sostanza, solidità immane, bordi di bordi di bordi. Dove il corpo smargina e al passo s’accompagna la fatica, dove ti è detto “salta” e se lo fai è puro precipizio quel che trovi, dove non c’è pietà, lì: lo specchio. Sono tua, sono tua, senza catene. L’ho cantato, mugolato, ripetuto piano, pianto. L’ho sognato e da sveglia ancora lì: sono tua, sono tua. L’ho singhiozzato e riso, accudito, lanciato al cielo, accolto prima che ricadesse con un tonfo di piume e carne molle tra le mie braccia – queste – che tanto hanno tremato, e avvolto, e dato e stretto e tolto e riposato e fatto riposare, e allargato, allargato. È in quest’appartenenza che tutta la mia libertà si dipanava e misurava e a dismisura tesseva trame sfrante, ormai senza rimedio. Ma la tua? Non ci sei stato quando più sarebbe stato necessario trovarti. Necessario, non altro. Ma tu, tutto preso a decidere, piuttosto, convinto che “a ogni angolo di strada si aprono infinite possibilità, capisci”, hai detto. Definiscimi infinite, ho risposto. Definiscimi possibilità, ho languito. Definiscimi strada e guàrdati le suole delle scarpe. Sono intatte, davvero non te ne rendi conto? E tu niente. Tu a decidere, io la decisa.

Non è così che funziona. Ho sbagliato e hai sbagliato, ho fatto e sfatto, t’ho arrancato appresso e l’angolo era sempre il prossimo, sempre in agguato, sempre un poco più in là. Non è così che serve. Hai gridato, ho gridato, hai stretto il pugno con tutti i fili dentro e il groviglio passava e ripassava per lo stesso sangue, ed era il mio. Non è così che scorre.

Vuoi capire? Non credo. Cara grazia, che mi è stata sorella e rimpianto, torno a lei. A te lascio quel che ti lascio, fanne se vuoi quello che ne farai.

L’andirivieni dei merli sul noce mi ricorda che c’è un mondo nel mondo che non è diverso dal mondo, ed è lì che mi aspetto. Non è così che resta quel che resta, e il resto è meno della metà di niente, è molto, molto meno. Allora scelgo il doppio, vedi?, scelgo l’altra: non quella che non sono né quella che sarò ma quella che sono tanto stata. Sempre, e mai, sono rovine di una guerra che ti abbandono in dono insieme al tuo terzo vessillo sbrindellato, la parola tremenda, minaccia tra le nere minacce: e la parola è tutto.

Abbine cura tu di tutto, confrontalo con niente, se potrai, tranne consolazione: o respingi. È tuo quanto sei suo – ma tu non appartieni; tu sei libero, dici. Tu, dico, sei perso.

Io scelgo di non avere più confini, cuore che ne sei stato il centro, in questo stesso istante scelgo e volo.

In Auroralia, un’antologia a cura di Gaja Cenciarelli intorno a una immagine di Jerry Uelsmann , Zona, Arezzo 2009
L’immagine è un’elaborazione da un particolare di Untitled, 1987, di J. Uelsmann
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In ogni caso nessun rimorso
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2 risposte a IN PIENO

  1. La Lolli ha detto:

    Grazie, e vedrai: continua.

  2. paola ha detto:

    bentornata!

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